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Siamo noi
a lasciare impronte del nostro passaggio, o sono forse i luoghi a
imprimerci, a fare in modo che nella nostra sensibilità si lasci
depositare un sedimento, quand'anche solo nel recondito? Spostarsi
altrove, a "fremere le ali verso altri luoghi / ignoti", destino
comune a molti uomini del sud, a volte fa sì che, la vita, avendogli
tolto qualcosa, dia loro qualcos'altro. Di più.
Per uno di quegli strani casi della vita, conosciamo, a diverso
titolo e con diverso grado di intensità, tutti i luoghi della
vicenda umana e artistica di Franco Santamaria. Riconosciamo quel
"richiamo del mare" (e quel mare), questo disincanto, questo
registro sommesso e solitario nella musicalità quasi sussurrata dei
versi di Santamaria, questa attenzione per le - piccole? - cose.
"Portiamo il dolore delle cose minute, / deboli, / di ciò che solo
noi possiamo comprendere" (Solo per un attimo).
Ma la poesia di Santamaria, pur procedendo spesso per negazioni, in
una pioggia che ricorre, pur in terre arse, non è chiusa in se
stessa, e rifiuta - come lo stesso Santamaria afferma in alcuni
frammenti di poetica in chiusura del libro, che ci lasciano il
desiderio di saperne di più sul suo concetto di "socialità poetica"
- l'isolamento nel fantastico e nell'invenzione, preferendo
piuttosto immergersi nella condizione umana e della natura,
declinate nelle loro gradazioni cromatiche (Santamaria è anche
pittore) di aspirazione, tensione, sofferenza, dolore, disperazione
e annullamento; è apertura: "alla fame che fruga / fra i rifiuti, /
[…] / ai gemiti / graffiti nei cunicoli dei ciechi / sistemi" (Amo e
canto), rifiuto della "vile indifferenza". E questo anche se il
poeta non ha risposte sul perché l'uomo abbia questo bisogno di
trasformare la realtà in arma, la parola nel nulla. "Non so
spiegarmi la prima / volontà di dare alla pietra un potere
distruggente / e alla parola / il tono imperioso / del confine / e
della negazione / - essiccando / le radici del giardino" (Profughi).
La poesia è proprio in questa mancata risposta. Il poeta assiste al
passaggio di questa volontà di negazione, di questa volontà del
nulla, "da dito a dito / da volere a volere, / da forma a forma /
imprimendo la fame della terra / e la sete dei fondali". E non
riesce a rimanere indifferente di fronte alle "speranze profughe", a
uomini venuti da altri luoghi nel nostro (ma, poi è davvero
nostro?), recando null'altro che questa speranza. Spera anzi - e noi
con lui – che, essi almeno, possano rifondare "il giardino"
distrutto.
Massimo
Barbaro
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