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“Anche la
poesia deve fondare la sua essenza sulla socialità, attraverso la
proiezione del reale. La presenza di un diffuso concettualismo
astratto determina il raffreddamento, se non la morte, del concetto
della socialità poetica”. Con queste parole l’autore, il lucano
Franco Santamaria, docente di Letteratura Italiana e Storia in
pensione, negli spunti di riflessione pubblicati in appendice alla
silloge poetica “Echi ad incastro”, delinea in modo chiaro
l’obbiettivo di tanta parte della sua opera e dell’impegno in essa
profuso. Schierato a difesa dei più umili ceti sociali,
profondamente radicato alla condizione di disagio economico che
attanaglia le sue amatissime terre del Sud, la sua visione
prospettica passa attraverso la falce e il martello cui “… è unito
il pianto, / gonfio del grido dei giorni / calpestati ed esplosi /
sulle linee delle pietre, nostre antiche armi”. Le sue storie
poetiche riportano echi di barricate e striscioni, lacrimogeni e
passione, parlano di diritti calpestati, di emigranti sognatori che,
pur di offrire ai propri cari una speranza, ingoiano angherie e
soprusi (emblematici i versi: “Sono di mani che lavorano / le corone
dei papiri / schiavi delle nuove piramidi”).
I suoi “Echi ad incastro” possiedono la forza sanguigna della terra,
quella magia del fare ben lontana da “quel vago mormorio di tanta
sedicente poesia di protesta” cui fa riferimento Sandro Montalto
nella prefazione al presente volume. Questa forza d’animo imponente,
questo ardore poetico non è soltanto rabbia fine a se stessa, bensì
energia creatrice modulata da un estro immaginifico fertile e
preziosamente fantasioso.
Come tutti gli artisti anche lui, come scrisse nel 1925 l’eccentrica
poetessa tedesca Else Lasker-Schüler in “L’atto d’accusa contro i
miei editori”, è un poeta-domatore del linguaggio; pertanto a tratti
produce espressioni fulminanti, a tratti versi come lunghi respiri
che attingono all’anima poetica più tradizionale ma che sempre con
saggezza sanno stemperare la tensione inducendo alla riflessione
pacata, intrattenendo il lettore in una piacevole atmosfera di
sospensione, di attesa per l’ennesima folgore.
La sua poesia, oltre all’orientamento sociale, presenta una seconda
anima ricca di risvolti, forse i più felici: sono infatti alcune
metafore elementali, cioè legate agli elementi e al loro
stupefacente corollario di forme, colori, profumi e movimenti, a
stupire di più. “Voglio dirti rosa / del mio ardore di creta / a
squame / come tutto ciò / che la salsedine e il fuoco / del carbone
cereale ardono”.
Altri sono passi delicati e quasi smarriti nella loro proiezione
incerta verso il futuro, come quelli de La mia voce: “Come in una
sala / abbandonata / il segno di un respiro / fatto prigioniero
dalla polvere” o quelli di Ansia: “Porto con me una bimba / che già
teme / come me / vortici ed abissi liquidi, / e sotterranei / di
catene, di missili, di anime in vendita”.
Di questo autore su Internet è presente la pubblicazione di Parola e
immagine, opera sperimentale che coniuga poesia e pittura
sviluppando le due forme artistiche attorno a un titolo comune per
tredici volte, tante quanti sono gli abbinamenti dipinto-poesia che
la compongono. È proprio leggendo la sua pittura che si raggiunge la
consapevolezza che la sua poetica esprime metaforicamente, “la dura
condizione dell’uomo”. È per questo nobile intento e per il suo
logos poetico che l’autore va apprezzato.
Marco
Baiotto
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