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Franco
Santamaria è Laureato in Lettere e Filosofia e oltre che poeta è
pittore: l’occhio - o meglio lo sguardo - che pervade le trenta
poesie di questa silloge è la rivisitazione del rimasto, della
caducità dell’umana gloria ed esistenza (o resistenza). Dall’altra
trovo invece sia la rilettura dell’assenza che conduce - come bene
fa notare Montalto nella prefazione - ad una ostacolazione sino al
tentativo degli accadimenti di mettere a tacere la voce poetante.
Originario di Tursi (Matera) ma residente ad Afragola (Napoli) (1)
è
della lingua erosa dal sole del Sud (con rimandi ad un certo
Quasimodo, al Pierro) che il Santamaria si fa pervadere, pur con
accenni ad un’afasia che a tratti cercano di soffocarne la voce per
restarne il silenzio, invece.
Si rimette allora (o trova salvazione) in simmetrie interne, bene
scandite ed in contrasto con l’evidente nichilismo scarno che
vorrebbe prevaricare, offrendo in contrappunto l’eco del suono, eco
che non è solo suono come detto ma simbolismo del doloroso grido che
il poeta ritorce e rimanda, in incastri appunto, inestricabili.
Non è una consegna alla luce come non lo è all’oblio. E’ invece un
corollario di forme (e colori così come elementari metafore o
movimenti) che scandiscono l’andamento della silloge, per combattere
la delusione data dalla Storia (generale e personale), è il moto -
utopico - per porre rimedio agli errori: ecco allora le metafore
insistite, la cortina dove si tenta la normalizzazione per
proiezioni, l’uso del verso che non è solo parola ma percussione
sonora e rimando di elementi diversi ed equivalenti, sciogliendo il
pessimismo pur riaffermando il conflitto, testimone tanto quanto
protagonista, vinto e vincitore.
Fabiano Alborghetti
VDBD -
Viadellebelledonne, 29 ottobre 2007
(1) Dal 30 luglio 2007 Franco
Santamaria è residente a Poviglio, in provincia di Reggio Emilia. |