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FRANCO SANTAMARIA

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ECHI AD INCASTRO

 
 

 

Gli Echi ad incastro di Franco Santamaria
Anna Aita

 

Un pessimismo dilagante, una malinconia che, più che essere tale, potrebbe definirsi angoscia, dilaga nei versi di Franco Santamaria, poesie in cui lacrime e morte vengono citati troppo sovente.
Anche la natura non è più motivo di gioia, di distensione né induce alla solarità dei pensieri. Qui l’onda piange “il sole già andato” ed “è flagellazione / è pianto / è morte / che la notte / sulla lavagna nera inutilmente cancella”. La regina dei mari è triste “tra coralli e anemoni spezzati” e i fiumi hanno il “colore del giorno freddo, viola”.
Un uomo, Santamaria, che soffre e non soltanto per se stesso. Gli spunti di tipo sociale sono tanti e grande è la partecipazione alle tragedie che si consumano anche lontano dalla propria terra, ovviamente con occhio particolare al suo amato Sud. Conferma di questo legame, ci viene dalla poesia “La nostra pioggia”: “Di sicuro conosciamo / solo / un quotidiano di pioggia / fitta e sferzante / che marcisce la terra di lacrime”. Pregevole ”Fragilità” che si adorna di versi leggiadri nella loro commovente bellezza: “Di te, della tenerezza paffuta dei cuccioli, / del sorriso disarmante della primula / rimane / un senso stupefatto d’inspiegabile / assenza / e l’acquatica penetrazione / del grido della sirena violata” e che così chiude: “Ad ogni granello è legato / il mistero del tempo / che non si conclude per ora; / ma, ciò che tu eterno / affermavi / subito si è fuso ai flutti delle cose / per sempre perdute”. E non è certamente l’unica a veicolare un messaggio in maniera così drammaticamente poetica.
È, dunque, il mondo circostante, con le tragedie del quotidiano, ad accrescere le ansie, l’insoddisfazione, il dolore del Poeta per una condizione esistenziale che non riesce ad accettare e che nessuno, in fondo, riesce a fare propria: “Vorremmo ascoltare il suono di chitarra hawaiana / e in quell’eco / che modula fili di seta e di fuoco tiepido / risorgere / senza il dolore e il pianto del neonato / gettato tra i rifiuti, / senza il taglio / irricucibile / della fine / nel grido delle madri / sui vetri della rianimazione”. Realtà terribili espresse in parole accorate non fini a se stesse ma che vogliono essere, e lo sono, una provocazione affinché si prenda seriamente coscienza di questa nostra triste, strana, contraddittoria epoca della tecnologia e del cosiddetto progresso.
Non mancano timidi bagliori di speranza che fanno, di tanto in tanto, capolino come accade, in chiusura, nella poesia poco fa citata: “Vorremmo ascoltare / il suono di chitarra hawaiana / e in quell’eco / attraversare un ponte di vita, di amore”. Ma altre pause di largo respiro, in cui l’Autore pare conciliarsi con la vita, si aggiungono a questa: “Non v’è più il vento / che stronca il cerchio dei sogni” e più avanti: “Svanirà del tutto la nostra malinconia”. Brevi flash di luce. Inutile ricercare, però, nelle righe un moto di gioia vera. Franco Santamaria scrive per esorcizzare la sofferenza che pressa sulle pareti del cuore.
I versi non si gonfiano di illusioni, non si perdono in inutili funambolismi: sono espressione di qualcosa di vero, sono autentica poesia in cui le parole, che vorrebbero innalzarsi fino ad una soluzione ideale, finiscono sempre con lo sprofondare nell’abisso di una notte senza rimedio: “Ma nella notte ricerchiamo parole / e la mano / che stringeva un piccolo fazzoletto di lacrime”.
Il nostro Poeta è insanabilmente triste. Ha orrore della guerra, della fame del mondo, della povertà, delle vane ambizioni, delle “mani armate di artigli che sottraggono / che decidono l’ingiustizia / che distruggono / altre mani innocenti e libere”.
Vorrei concludere questi miei pensieri riportando una strofa della poesia “Sogno”, l’unica, mi pare, chiusa davvero nella gioia dell’attesa, sotto l’impulso di una speranza concreta: “Voglio ancora sperare / nel tuo ritorno / su un’ala di sogno / tra le gole della mia terra, all’eco / del vento rupestre / di autunno o di primavera, quando mareggia / madido di sole il primo / frumento”. E riusciamo a leggervi, finalmente, il sorriso della natura.

Anna Aita

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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