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L'invito
a presenziare, martedi 16 aprile 1996, all'inaugurazione in
Consolato¹ della mostra di quadri di Franco Santamaria mi mette in
imbarazzo: non sono una critica d'arte e faccio fatica a capire
l'arte moderna.
Non avevo torto; gli olii di questo professore di letteratura
classica ed italiana, laureato a Napoli in lettere e filosofia e
"pittore" per diletto, ricchi di fantasia, di abilità tecnica e
cromatica, non hanno un linguaggio facile, piuttosto quello
simbolico di un filosofo che vuole esprimere un suo mondo "fatto di
sogni e di paure, di frustrazioni e speranze, di sentimenti e stati
d'animo", ed è "lettura" non mia, ma del critico Vittorio Mazzone.
In effetti, le mani tese e i corpi nudi, puri come quello di Adamo,
sono ideati per rendere l'idea di una umanità in perenne ansia di
riscatto, in disperata ricerca di legami forti.
Gli ambienti irreali, rupi solitarie, scheletri d'albero e muri
diroccati, servono ad esprimere il simbolismo di una realtà piena di
solitudine, a volte vinta dall'angoscia, ma sempre efficace come un
imperativo a reagire, a non subire passivamente, ad impegnarsi a
modificare.
Quadri che sono come una lente d'ingrandimento sui guasti della vita
contemporanea per suggerire il desiderio di riparare, di uscire dal
limitato del contingente, per cercare l'infinito, di intendere i
valori come forti braccia che sostengono. Ed è invito stimolante.
La mostra rimarrà nella sala delle riunioni del Consolato fino a
martedì 23 aprile.
Melisenda Ramstein
¹- Consolato Generale
d'Italia, Losanna |