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La
pittura di Franco Santamaria non è una pittura di facile
comprensione, non è una pittura accattivante di immediato richiamo,
come, ad esempio, la paesaggistica e la figurativa tradizionale. Del
resto, sui motivi della sua scelta di privilegiare alcuni generi e
ignorarne altri Santamaria è chiarissimo nel suo “introito” di
presentazione al suo sito.
La pittura di Santamaria richiede sensibilità e attenzione.
Ci si può avvicinare ad essa solo se, abbandonata ogni
superficialità, siamo disponibili ad avvicinarci alla poetica del
pittore.
Le sue opere sono caratterizzate da uno studiato surrealismo
concettuale (ma mai intellettualistico) che si manifesta
costantemente, con coerenza nelle varie tematiche affrontate.
Queste tematiche hanno sempre una loro validità e attualità: come
punto centrale è l’uomo, i suoi sentimenti, le sue passioni, i suoi
sogni e le sue illusioni.
Per la sfera sentimentale segnaliamo a titolo di esempio i dipinti:
“Turbamento”, “Solitudine”, “Amore c’è”; per l’inconscio “Sogni di
farfalla”, “Sogno di infinito”.
Passando dall’individuale sentire ad una più ampia prospettiva,
osserviamo che speranze e aspettative, fiducia e timore si
manifestano, in particolare, nei dipinti “Terzo millennio”, “Utopia
progressiva”, “Al di là del nostro orizzonte”.
Concetti e allegorie resi visibili dalla sua creatività (ad esempio
il dipinto “Allegoria della morte”) completano il ventaglio dei suoi
interessi.
Si tratta quindi di una pittura surrealista e concettuale,
fortemente evidente anche nelle non molte nature morte, che
Santamaria ha messo in atto disponendo di un ottimo disegno, di una
forte capacità costruttiva e di una scelta meditata del colore,
controllato con grande sicurezza. In questa ottica ci sembra
particolarmente riuscito il dipinto “Luce dimenticata”.
In definitiva, l’autore riesce a caratterizzarsi con una personalità
varia, poliedrica ma assai ben definita, dove le sue idee non hanno
mai alcunché di astratto o concettoso, ma al contrario si
realizzano, mediante un attentissimo equilibrio formale, in immagini
di forte impatto emotivo. Quanto diciamo adesso non sembri
contraddire quanto detto all’inizio: si tratta infatti di una
pittura piacevole a guardarsi, esteticamente bella, ma
indiscutibilmente colta.
Quando diciamo colta, non intendiamo solamente che nei suoi quadri
si possono ritrovare molteplici, e varie ascendenze, anche se
appartenenti più a un’area culturale ed estetica che ad altre:
intendiamo pittura colta nel senso che vi affluisce tutto un
gigantesco patrimonio di cultura umanistica che l’autore riesce a
portarsi dietro senza dare minimamente l’idea che sia un peso. Uno
dei pregi della sua pittura sta infatti proprio in questo: il
pubblico più attento ne legge in controluce i vari livelli di
interpretazione, mentre chi è meno smaliziato non può non sentirsi
coinvolgere, anche a un livello più istintivo e meno cosciente,
dalle atmosfere rarefatte, sobrie e circostanziate di Santamaria.
A questa grande profondità di ispirazione e alla varietà di pubblico
cui Santamaria certamente può e deve piacere contribuisce senz’altro
il fatto che l’armonia compositiva è costruita con superba eleganza
e grandissima forza: il gioco dei volumi, la solidità delle
strutture rimandano ad una tradizione classica ampiamente meditata,
rielaborata personalmente e profondamente rivissuta. E quando
parliamo di tradizione classica intendiamo anche quella letteraria,
di cui Santamaria è grande cultore e dalla quale attinge per i suoi
versi.
Di quest’altra attività parleremo altra volta: merita infatti ben
più che un inciso.
Paolo
Ragni |