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L'opera
pittorica di Franco Santamaria, pittore campano (di residenza, ma
lucano di nascita, n.d.r.) di vibratile espressività, costituisce uno
dei pochi esempi di attualizzazione del Surrealismo, esteticamente
rimodulato anche se stilisticamente rimandabile alla grande corrente
degli anni Trenta.
Nelle sue opere appaiono le immagini del vissuto, le sensazioni, i
moti d'animo che lo sconvolgono, ma l'idea supera la
rappresentazione figurale e quasi rimandare a Magritte, nei quadri
di Santamaria c'è il principio della riconoscibilità, "il pensiero
in immagini". I sentimenti vengono personificati in figure e
ambienti che sembrano intrisi di vuoto, ma che sono l'espressione
della denuncia e non solo mistero dell'esistenza. All' opposto della
visione surrealista 'classica' Franco Santamaria riconosce la
possibile comprensione del mondo pur non esulando dal dato
esistenziale, da quel sentimento frutto dell'inconscio.
Il principio della riconoscibilità e il pensiero in immagini
costituiscono i nessi, non solo del vissuto personale dell'artista,
ma anche delle angosce e delle limitazioni collettive che riguardano
la socialità e non il singolo. Così scrive lo stesso autore: "L'arte
non è affatto personale o circoscritta, ma deve riguardare e
coinvolgere tutti". E proprio quest'analogia, tra i vari 'tutti' che
esistono, rimanda ad un legame ancora più pregnante, quello tra uomo
e fenomeni naturali.
In Santamaria l'ambiente è espressione dell'inconscio, che a sua
volta è frutto della mente dell'autore.
Angoscia e limitazione sembrano essere i canoni interpretativi
dell'opera "Utopia progressiva", ad esempio, in cui "non è morto il
dio del diluvio", e il cuore umano si è fatto di sabbia. Il
ritorno alle origini è la ricerca della primigenia bellezza, della
primigenia purezza.
L'uomo è piccolo nella sua limitata dimensione e quel rossastro del
tramonto ("Risveglio") sembra affievolire ancora di più la sua
anima: tutto sembra più grande e funesto. Ma in fondo alla socialità
del quadro c'è un forte desiderio di riscatto, desiderio che
determina l'apertura dell'opera attraverso l'equilibrio tra
figuratività ed astrazione.
Giuseppe
Manitta in "Il convivio", n.20, 2005 |