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FRANCO SANTAMARIA

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L'IMMAGINE

 
 

 

"La pittura di Franco Santamaria: il pensiero in immagini"
Giuseppe Manitta

 

L'opera pittorica di Franco Santamaria, pittore campano (di residenza, ma lucano di nascita, n.d.r.) di vibratile espressività, costituisce uno dei pochi esempi di attualizzazione del Surrealismo, esteticamente rimodulato anche se stilisticamente rimandabile alla grande corrente degli anni Trenta.
Nelle sue opere appaiono le immagini del vissuto, le sensazioni, i moti d'animo che lo sconvolgono, ma l'idea supera la rappresentazione figurale e quasi rimandare a Magritte, nei quadri di Santamaria c'è il principio della riconoscibilità, "il pensiero in immagini". I sentimenti vengono personificati in figure e ambienti che sembrano intrisi di vuoto, ma che sono l'espressione della denuncia e non solo mistero dell'esistenza. All' opposto della visione surrealista 'classica' Franco Santamaria riconosce la possibile comprensione del mondo pur non esulando dal dato esistenziale, da quel sentimento frutto dell'inconscio.
Il principio della riconoscibilità e il pensiero in immagini costituiscono i nessi, non solo del vissuto personale dell'artista, ma anche delle angosce e delle limitazioni collettive che riguardano la socialità e non il singolo. Così scrive lo stesso autore: "L'arte non è affatto personale o circoscritta, ma deve riguardare e coinvolgere tutti". E proprio quest'analogia, tra i vari 'tutti' che esistono, rimanda ad un legame ancora più pregnante, quello tra uomo e fenomeni naturali.
In Santamaria l'ambiente è espressione dell'inconscio, che a sua volta è frutto della mente dell'autore.
Angoscia e limitazione sembrano essere i canoni interpretativi dell'opera "Utopia progressiva", ad esempio, in cui "non è morto il dio del diluvio", e il cuore umano si è fatto di sabbia. Il ritorno alle origini è la ricerca della primigenia bellezza, della primigenia purezza.
L'uomo è piccolo nella sua limitata dimensione e quel rossastro del tramonto ("Risveglio") sembra affievolire ancora di più la sua anima: tutto sembra più grande e funesto. Ma in fondo alla socialità del quadro c'è un forte desiderio di riscatto, desiderio che determina l'apertura dell'opera attraverso l'equilibrio tra figuratività ed astrazione.

Giuseppe Manitta
in "Il convivio", n.20, 2005

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