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La
pittura di Franco Santamaria racconta gli stati d’animo, le grandi
inquietudini che attraversano l’umana sensibilità, tra cui
l’angoscia della solitudine, dell’attesa della morte, del perché
della violenza dell’uomo sull’uomo, con spiragli di visioni di tanto
in tanto aperte alla speranza e suffragate da un imperativo
categorico: “L’amore esiste”, fino addirittura a lasciarsi
trasportare nell’aura positiva di una ”Utopia progressiva” che è
attesa di un mondo di pace, attesa che riconcilia con l’umanità
tutta, al di là delle brutture di cui è capace.
Guardando i suoi quadri ci si trova catapultati in un universo di
immagini di finita compiutezza che sembrano provenire da spaccati di
sogno, talvolta di incubo: un mondo interiore espresso con modalità
oscillanti tra il metafisico e il surreale. Decisamente fuori da
astrattismi ancora tanto in voga e pienamente in linea, invece, con
l’attuale forte esigenza di recupero della figurazione quale forma
comunicativa diretta, la produzione di Santamaria contrappone, alla
concretezza dei particolari naturalisticamente delineati, un fitto
simbolismo che inevitabilmente rimanda ai molti interrogativi
insoluti che travagliano il pensiero e la capacità di conoscere, di
capire, di sapere…
Ed ecco che il tormento della “conoscenza” richiama alla memoria le
tortuose, labirintiche scale di Hescher così come gli oli riportano
echi di tanta grande pittura del novecento da Dalì a De Chirico a
Savinio. Echi giustamente presenti, e come potrebbero non esserlo,
stratificati, come sono, in un retroterra culturale ricco e
variegato di apporti artistici, pregnante di frequentazione con
letture classiche e riflessioni filosofiche, ma liricamente
sublimati dal sentire poetico. Un sentire poetico che interpreta il
dramma di vivere di lottare di sopravvivere dell’uomo di oggi e
dell’uomo di sempre e che si esprime con accenti forti, decisamente
epici, parallelamente nella raffigurazione pittorica e nella parola.
Parallelismo inscindibile sempre, ma specialmente nel nostro, che a
chiare lettere dichiara il suo credo artistico: “La letteratura e
l'arte, in particolare la poesia e la pittura, devono essere
espressione, anche se con segni diversi, della stessa visione della
vita.” E infatti la visione della vita di questo artista, così
profondamente calato nelle problematiche esistenziali dell’umanità,
si manifesta attraverso un poetare con la penna e con il pennello
insieme, un poetare forte e deciso nel verso che scolpisce e disegna
l’angoscia e nel tratto nitido che grida il dolore.
Poesia visiva e pittura epica, dunque, di chi guarda a quel passato
da cui gli vengono le radici e la formazione ma che utilizza i mezzi
espressivi del presente: nella parola che incide dentro il verso
sciolto e possente, nel colore che crea plasticità, nella
figurazione naturalistica e insieme sognante, è vivo e presente
l’eterno umanesimo che si interroga sulla centralità dei destini
dell’uomo, che guarda con timore e preoccupazione, venata da guizzi
di fiduciosa incertezza, alle “magnifiche sorti e progressive” di
questo “secolo superbo e sciocco”.
Yvonne
Carbonaro
Napoli, dicembre 2008 |