Non
serve nemmeno spalancare bene
gli occhi nel buio in quei casi.
È orrore sprecato e basta.
Ha preso tutto la notte, anche gli sguardi.
(Louis-Ferdinand Céline, Voyage au bout de la nuit)
Scrittura ripida e verticale, questo romanzo.
Anche nel senso fisico e, per così dire, corporeo dell’espressione.
Perché, spiega Giovanni Alonsi, uno dei protagonisti, è roba per
ricchi, la pianura. I soldi per comperare terreni laggiù in pianura,
nella vallata dell’Agri dove latifondismo e invasivo sfruttamento si
danno da soli le regole, proprio non ci sono. E allora…
Allora, sputare fiato e sangue sulle balze scoscese del Monte, sui
burroni profondi che si aprono verso il Canale della Rabatana. Il
più pauroso di questi burroni, il più alto, il più orrido è la
Timpa: ed è la Timpa che offre il panorama consueto ai fratelli
Alonsi, Giovanni e Salvatore, ogni mattina e ogni notte, quando
buttano lo sguardo sui loro aridi e avari campi.
Scrittura a perpendicolo: nelle prime pagine (che avvinghiano), il
lettore è pervaso dallo sforzo di risalire la china, assieme alla
trebbiatrice che deve sgranare il misero prodotto di una stagione
di fatiche, così misero da non bastare neanche a coprire le spese.
Ansima, il lettore, in questa sorta di epopea stracciona dei
trebbiatori.
Che esercitano un mestiere che ha tempi suoi, ritardi imponderabili
e ingestibili. Colpa delle macchine che si guastano, ma qualche
volta (o anche spesso) dei trebbiatori stessi i quali vogliono
trebbiarsi tutte le aie che incontrano lungo il percorso.
Così, poco a poco, va precisandosi nella mente del lettore che
questo romanzo materico, impastato di sangue e di corpi, di amore e
disonore è una lenta, unica, irresistibile metafora. Un viaggio dal
procedere rallentato.
Di cui si fa monumento e paradigma il Monte, sorta di continente
concluso in sé, che è in qualche modo vivibile (e neanche sempre)
solo per chi ne accetta senza riserve le leggi modellate dal tempo e
scritte nel sangue. Attraverso una ritualità dalle liturgie spesso
incomprensibili.
Già è difficile accettarle, queste leggi, già è difficile adeguare
il proprio corpo e la propria anima ai ritmi che esse scandiscono,
alle differenze che stabiliscono senza ragione apparente.
È così e basta. Ma ancora più difficile diventa quando ci si mette
il caso, quando entra in gioco, crudele e banale, il destino.
Ogni luogo e ogni dolore chiamano, infatti, la loro vittima, la
esigono. Essa coagula e condensa in sè tutto il male del mondo, lo
amplifica e lo riversa sugli altri in modo rovinoso. Come il
parafulmine in certe notti di tempesta che chiama il fuoco celeste,
lo trattiene, lo neutralizza, ma talora anche lo libera diventando a
sua volta devastante e mortifero.
Ruolo che tocca al personaggio nodoso, duro e irrisolto, che
attraversa con passo di morte il romanzo di Santamaria. È Michele il
pastore, l’incornato al cazzo, come dice la gente giù in paese. È
accaduto, a Michele, di prendersi una terribile cornata tra le
gambe, diventare impotente e prendere a guardare sua moglie, la
bella e sensuale Rituzza, dal corpo lunare, come si guarda a un
paradiso terrestre da cui si è stati cacciati per sempre.
Dal bisogno di carne d’uomo prima e d’amore vero e proprio dopo,
nasce la vicenda che ha momenti di morte e di attaccamento alla
vita, di orrore e di grazia. Dallo scarto del destino, Michele è
condannato per sempre.
Vocato a macchiarsi senza scampo le mani di sangue, Michele appare
nelle notti di tempesta, quando il Monte è avvolto da un uragano
d’acqua. Michele è, come vuole fino in fondo il suo personaggio,
vittima e carnefice. Umanissimo e disumano. Appare come il demonio,
in un controluce di folgori, trascina in un abbraccio mortale un
incolpevole come Salvatore, trova rifugio in una tana che rivela
tutto. Rivela che…
L’uomo è bestia, se non trova la sua personale strada
all’intelligenza, alla composizione della sensualità, alla
organizzazione degli istinti e delle pulsioni. L’uomo è cosa, anche,
come Michele, parte stessa della montagna infuriata e percorsa da
torrenti d’acqua. L’uomo è fango, come dimostrano le condizioni in
cui viene trovato il corpo di Salvatore.
Si capisce che il protagonista vero e ultimo è proprio lui, il
Monte, dio e mondo creato, luogo e non luogo.
Il Monte va difeso con l’estrema battaglia e allora è acropoli e
cittadella, va sofferto e interiorizzato e allora è calvario. Ma è
anche montagna incantata con il suo tempo così diverso dal tempo
degli umani, ed è montagna dalle sette balze nel segno di una
redenzione sempre cercata.
Mai trovata tuttavia, anche se talora intuita. Perché è nel buio,
ahimè, la vera condizione dell’uomo. E però il buio
responsabilizza, acuisce le facoltà. Perché, come dice in chiave
rarefatta Santamaria, al buio gli oggetti devi ricrearli nella
mente, dandogli contorni, dimensione, colori. Ma è per illuderti,
perché non è la realtà. Se ci pensi, ti senti più male.
Non esiste salvezza, solo illusione.
Gian
Domenico Mazzocato