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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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I CAVALLI DI GRANO

 
 

 

"Le leggi del Monte, scritte nel sangue"
Gian Domenico Mazzocato

 

Non serve nemmeno spalancare bene
gli occhi nel buio in quei casi.
È orrore sprecato e basta.
Ha preso tutto la notte, anche gli sguardi.
(Louis-Ferdinand Céline, Voyage au bout de la nuit)

Scrittura ripida e verticale, questo romanzo.
Anche nel senso fisico e, per così dire, corporeo dell’espressione. Perché, spiega Giovanni Alonsi, uno dei protagonisti, è roba per ricchi, la pianura. I soldi per comperare terreni laggiù in pianura, nella vallata dell’Agri dove latifondismo e invasivo sfruttamento si danno da soli le regole, proprio non ci sono. E allora…
Allora, sputare fiato e sangue sulle balze scoscese del Monte, sui burroni profondi che si aprono verso il Canale della Rabatana. Il più pauroso di questi burroni, il più alto, il più orrido è la Timpa: ed è la Timpa che offre il panorama consueto ai fratelli Alonsi, Giovanni e Salvatore, ogni mattina e ogni notte, quando buttano lo sguardo sui loro aridi e avari campi.
Scrittura a perpendicolo: nelle prime pagine (che avvinghiano), il lettore è pervaso dallo sforzo di risalire la china, assieme alla trebbiatrice che deve sgranare il misero prodotto di una stagione di fatiche, così misero da non bastare neanche a coprire le spese. Ansima, il lettore, in questa sorta di epopea stracciona dei trebbiatori.
Che esercitano un mestiere che ha tempi suoi, ritardi imponderabili e ingestibili. Colpa delle macchine che si guastano, ma qualche volta (o anche spesso) dei trebbiatori stessi i quali vogliono trebbiarsi tutte le aie che incontrano lungo il percorso.
Così, poco a poco, va precisandosi nella mente del lettore che questo romanzo materico, impastato di sangue e di corpi, di amore e disonore è una lenta, unica, irresistibile metafora. Un viaggio dal procedere rallentato.
Di cui si fa monumento e paradigma il Monte, sorta di continente concluso in sé, che è in qualche modo vivibile (e neanche sempre) solo per chi ne accetta senza riserve le leggi modellate dal tempo e scritte nel sangue. Attraverso una ritualità dalle liturgie spesso incomprensibili.
Già è difficile accettarle, queste leggi, già è difficile adeguare il proprio corpo e la propria anima ai ritmi che esse scandiscono, alle differenze che stabiliscono senza ragione apparente.
È così e basta. Ma ancora più difficile diventa quando ci si mette il caso, quando entra in gioco, crudele e banale, il destino.
Ogni luogo e ogni dolore chiamano, infatti, la loro vittima, la esigono. Essa coagula e condensa in sè tutto il male del mondo, lo amplifica e lo riversa sugli altri in modo rovinoso. Come il parafulmine in certe notti di tempesta che chiama il fuoco celeste, lo trattiene, lo neutralizza, ma talora anche lo libera diventando a sua volta devastante e mortifero.
Ruolo che tocca al personaggio nodoso, duro e irrisolto, che attraversa con passo di morte il romanzo di Santamaria. È Michele il pastore, l’incornato al cazzo, come dice la gente giù in paese. È accaduto, a Michele, di prendersi una terribile cornata tra le gambe, diventare impotente e prendere a guardare sua moglie, la bella e sensuale Rituzza, dal corpo lunare, come si guarda a un paradiso terrestre da cui si è stati cacciati per sempre.
Dal bisogno di carne d’uomo prima e d’amore vero e proprio dopo, nasce la vicenda che ha momenti di morte e di attaccamento alla vita, di orrore e di grazia. Dallo scarto del destino, Michele è condannato per sempre.
Vocato a macchiarsi senza scampo le mani di sangue, Michele appare nelle notti di tempesta, quando il Monte è avvolto da un uragano d’acqua. Michele è, come vuole fino in fondo il suo personaggio, vittima e carnefice. Umanissimo e disumano. Appare come il demonio, in un controluce di folgori, trascina in un abbraccio mortale un incolpevole come Salvatore, trova rifugio in una tana che rivela tutto. Rivela che…
L’uomo è bestia, se non trova la sua personale strada all’intelligenza, alla composizione della sensualità, alla organizzazione degli istinti e delle pulsioni. L’uomo è cosa, anche, come Michele, parte stessa della montagna infuriata e percorsa da torrenti d’acqua. L’uomo è fango, come dimostrano le condizioni in cui viene trovato il corpo di Salvatore.
Si capisce che il protagonista vero e ultimo è proprio lui, il Monte, dio e mondo creato, luogo e non luogo.
Il Monte va difeso con l’estrema battaglia e allora è acropoli e cittadella, va sofferto e interiorizzato e allora è calvario. Ma è anche montagna incantata con il suo tempo così diverso dal tempo degli umani, ed è montagna dalle sette balze nel segno di una redenzione sempre cercata.
Mai trovata tuttavia, anche se talora intuita. Perché è nel buio, ahimè, la vera condizione dell’uomo. E però il buio responsabilizza, acuisce le facoltà. Perché, come dice in chiave rarefatta Santamaria, al buio gli oggetti devi ricrearli nella mente, dandogli contorni, dimensione, colori. Ma è per illuderti, perché non è la realtà. Se ci pensi, ti senti più male.
Non esiste salvezza, solo illusione.

Gian Domenico Mazzocato

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.