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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 
 

 

Catene (a Franco Santamaria)
Giulio Stocchi

 

Sono poco più delle quattro del mattino e già i merli hanno iniziato il loro concerto. Si chiamano e si rispondono dalle antenne della televisione, dal colmo dei tetti, dal campanile di Santa Maria delle Grazie, e tutta Milano, sospesa nel silenzio, pare avvinta in una rete di canti.
Ho già compiuto le cerimonie inaugurali: le abluzioni di rito, la tazza di tè che il fischio del bollitore in cucina mi ha preannunciato, ho fumato le prime delle innumerevoli sigarette della giornata alle quali, ad ogni scat-to di accendino, mi riprometto, come Zeno Cosini, di rinunciare, sono an-dato in sala, ho guardato distrattamente le fanciulle che si masturbano dallo schermo della televisione per il piacere degli impotenti, ho appreso dal televideo le notizie dei corpi smembrati del quotidiano macello e infine, rassicurato sul fatto che il mondo è ben saldo sui suoi pilastri, mercimonio e violenza, sono tornato alla scrivania dove lavoro e nel cerchio della lampada il tuo viso mi fissa dal risvolto di copertina di uno dei libri che mi hai mandato e che si sono aggiunti a quelli che, in questi anni di studio “matto e disperatissimo”, ormai mi assediano accatastan-dosi un po’ dovunque.
Il tuo finora era per me solo un nome: il nome dell’uomo prezioso e gentile che spediva ogni mese a me, come a migliaia di altri in Italia, il calendario delle iniziative poetiche che si tengono in ogni dove del nostro paese (1); il nome dell’ospite squisito che ha dato ricovero alle mie poesie in una stanza del suo sito (2), così come io, tra poche ore, accoglierò con piattini prelibati in cucina i merli canterini, i passeri geroglifici e le altre lettere di quello che chiamo l’alfabeto di Dio che anima i cieli e por-ta gioia in casa mia…

Ora finalmente posso associare al tuo nome un volto: i baffi incanutiti, i capelli appena striati di grigio, il capo lievemente piegato all’indietro come chi vuol mettere meglio a fuoco qualcosa e, dietro le lenti, quello sguardo che ha un che di indagatore, di amaro, di interrogativo. Lo sguar-do consapevole di uno stoico antico, diritto in mezzo al dolore che lo circonda.
Mi rendo conto di quanto sia difficile descrivere un viso che si sta guar-dando, restituirlo con quella evidenza che, secondo Aristotele, è propria della metafora -frutto, opera di immaginazione- e che è il segno in cui si riconosce l’eccellenza del poeta, dell’artista della parola.
Ebbene, la prima cosa che mi ha colpito leggendo i quattro racconti che compongono "Se la catena non si spezza", il libro che insieme alle tue parole mi ha recato in dono la tua immagine, è proprio la maestria con la quale, con pochi tratti, dipingi sulla pagina i tuoi personaggi:

“Se mi guardi non sembra vero, sono mingherlino, magro, come una pecora magra carusata, come un povero cristo consumato dal lavoro. Ho la faccia che si differenzia dalla faccia dei contadini solo per un paio di baffoni alla stalin, mentre quelli hanno i baffi alla hitler. Non dice nient’altro il mio fisico, ma molto la mia testa, che una ne fa e cento ne pensa”.

Ed eccolo pro ommaton, come diceva Aristotele, davanti a noi, sotto gli occhi, il nostro burlone -“Mi chiamano Antonio ‘U scherz’, invece di Antonio e basta”-.
C’è qualcosa di magico nell’infondere carne e sangue alle parole che così si trasformano in esseri viventi, capaci di incatenare il lettore alle loro vicende.
Ma non è forse proprio questa trasformazione la magia che accomuna l’arte in tutte le sue manifestazioni? Non ci dicevano i nostri professori di liceo che l’artista infonde vita alla materia che lavora - al marmo lo scultore, ai colori il pittore, a ritmi e suoni il musicista, alle parole il poeta -? Ed è vero: la fatica dell’artista dona alla materia grezza una forma che ne fa un oggetto che ci sta davanti, che cade sotto i nostri sensi e che in tanto ha vita in quanto il lettore, lo spettatore, l’ascoltatore vi riconosce aspetti della propria vita e dei propri sentimenti che prima ignorava o non sapeva nominare.

E mi piace immaginare che tu abbia assistito per la prima volta a questo prodigio alchemico, e ti sia rimasto impresso, nella Tursi della tua infan-zia, vedendo le dita svelte dei contadini e il loro falcetto evocare a poco a poco dal legno i magi e i pastorelli che avrebbero allietato il presepe, udendo nelle nenie della raccolta del grano e delle olive il lamento della fatica farsi canto, sgranando gli occhi di fronte alla ruota che faceva fiori-re l’argilla nei grandi orci dell’olio e del vino.
E i vicoli e le piazze ti saranno diventati quinte e proscenio della comme-dia scandita dal volgersi sempre uguale dei giorni e delle stagioni: l’alba dei passi sonnolenti verso i campi, il mattino delle comari con panni e pettegolezzi alla fontana, il mezzogiorno degli sfaccendati, la controra dei palazzi nobiliari, il pomeriggio dei rosari, l’imbrunire delle voci arrochite degli uomini al ritorno, lo sbadiglio del fumo al desinare, il sonno sfinito e l’attesa delle scarpe infangate nella notte…
E forse, una domenica mattina, una lunga fila nera di tabarri e il rosso di qualche bandiera avviarsi verso i boschi di Tricarico dove le antiche genti, precedute dal totem del lupo - il lucus che ha dato nome a queste contrade - si radunavano a pregare gli spiriti degli alberi e dove nei primi anni cinquanta del secolo appena trascorso soleva tenere i suoi comizi il sindaco socialista del paese, Rocco Scotellaro, il poeta che prima di te ha cantato e descritto quella terra di Lucania, terra magica e dolente, che è il teatro delle avventure dei protagonisti dei tuoi racconti.

“L’idea di ogni racconto mi è venuta da notizie riportate in un rettan-golino…”.
Come professore di lettere in pensione certo avevi più tempo di leggere i giornali. La vita ti ha portato lontano dai boschi, dai monti, dalla piana dell’Agri e del Sinni, dai contadini, dai pastori… Ma ora, leggendo quei fatti di cronaca “cui si dedica uno spazio più piccolo di una manchette pubblicitaria”, le figure della tua infanzia sono tornate a bussare alla tua porta. E hanno cominciato a parlarti. E qui è successa una cosa bizzarra, come ciò che avviene fra le gole del Vulture e del Pollino: ascoltando quelle voci che ti suonavano dentro, le cronache di oggi ti parevano l’eco dell’antico dolore, della pena, della fatica di vivere che da bambino avevi solo sfiorato e che oggi finalmente capivi. E che ti ha indotto a scrivere.
“Partendo da pochi dati veri, ne ho immaginato il retroterra immerso di proposito nella realtà di un lembo di terra che io ben conosco nella sua sofferta impossibilità di riscattarsi da sola”.

Questo connubio di realtà e immaginazione ha operato ancora una volta la magia propria di ogni creazione artistica infondendo vita alla materia grezza della cronaca. Non solo: le sensazioni, le impressioni, i ricordi, i volti della tua infanzia che in tutti questi anni sono andati ingigantendo nella tua fantasia, donano ai tuoi personaggi una prospettiva, uno spes-sore che li sottrae alla piattezza e all’immediatezza del bozzetto e li rende emblematici di una condizione umana: il carbonaio assassino, la donna impazzita d’amore, il burlone malvagio, e soprattutto quel Donato Bortillo che voleva diventare angelo e si è fatto demonio, sono figure dello scacco, della ribellione che manca il suo bersaglio, di chi vuole liberarsi dal male rimanendovi sempre più impaniato.
In questo senso sono personaggi propriamente tragici perché come gli eroi di Eschilo, di Sofocle e di Euripide sono travolti in quanto travisano sistematicamente gli oracoli e la volontà degli dei, costoro sono cani rabbiosi che mordono la loro catena senza riuscire a spezzarla perché non ne intendono la natura e la forza che deriva non da un decreto divino ma da una imposizione sociale.

È ciò che si è ripetuto più volte nel corso della storia, soprattutto nella storia del tuo Sud. I cafoni di Matera e di Potenza furono i primi ad accogliere le masnade sanfediste del Cardinale Ruffo che difendevano Dio, nobili e latifondi, mentre a Napoli la contessa Eleonora Fonseca Pimentel, la poetessa che al riscatto della povera gente aveva dedicato la vita, penzolava dalla forca con la gonna legata alle caviglie perché la folla festante ai piedi del patibolo non ne vedesse le pudenda.

Personaggi tragici, dunque, i tuoi. E quindi poetici, di quella poesia che, come ben sapeva Aristotele, “è più filosofica e più nobile della storia, in quanto narra l’universale, mentre la storia il particolare”.

“Non posso dire di non essere riuscito a distinguermi dal resto dei miei paesani, tutti una melma. Anch’io avrei guazzato in quella melma, come si dice per le oche e i porci, se non avessi avuto un pizzico di intelligenza e di ambizione in più”.

Raramente con tanta concisione gnomica è stata espressa una verità che non appartiene solo a Donato Bortillo, che inizia con queste parole il suo racconto, ma che, ripercuotendosi di bocca in bocca, diventa univer-sale in quest’epoca di smarrimento e di manipolazione: la ragazzina che frugandosi fra le cosce pensa che i riflettori e le telecamere che la inqua-drano la rendano unica e diversa… il giovane nerboruto e di belle spe-ranze che per uscire dalla melma imbraccia il mitra del contractor per tornare al paese, sposarsi e costruirsi una casa… il bravuomo di sinistra che la melma la odia e per fare pulizia assedia la miseria senza nome delle baraccopoli di periferia per cacciarne i nomadi che minacciano il decoro dei suoi abiti lisi… quel pizzico di intelligenza in più che impie-trisce il volto del politico nel calcolo del tornaconto della propria ambizione … la folla di incantati alle vetrine che desiderano tutti la borsetta o la sciarpa che credono destinati solo a loro e li renderanno perdutamente eguali… tutti prigionieri di una stessa solitudine, imbozzolati come sia-mo, ognuno nell’anello suo personale di una catena che non riusciamo più, non dico a vedere, ma neppure a sospettare… Mentre Dio in alto ride e i potenti ingrassano.

Schiarisce.
Tra poco debbo preparare il caffè per Deborah che ancora dorme di là e sta per alzarsi.
Sulla copertina di "Compagno poeta" il ragazzo che ero si protende dal pal-co verso le migliaia di operai che lo stanno ad ascoltare in Piazza Duomo.
Dagli scaffali Anna, Laura, Carole, Ornella, Jole, le donne amate, perdute nella nebbia del rancore e dei ricordi, mi seguono col sorriso dei tempi felici.
Sotto, passano i primi tram.
La catena ha ripreso a sferragliare.
I merli ormai non cantano più.

Giulio Stocchi


Note:
(1) vedi: Modul@zioni, newsletter quindicinale di informazione culturale
(2) vedi: Giulio Stocchi

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.