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Un libro
particolare questo di Franco Santamaria. L'autore, materano ora
residente nel napoletano (1), torna nella sua terra per
dar voce soprattutto a "marginali", più che emarginati.
I primi due racconti sono monologhi vicini a quelli della famosa
trilogia beckettiana, anche se forse meno straniati. In "Ero un
carbonaio", il protagonista, in carcere per aver incendiato la
masseria con la famiglia della fidanzata, rievoca l'evento che l'ha
portato in galera senza rendersi conto del suo gesto: la sua appare
legittima reazione per la bastonatura ricevuta dal padre di Carmela,
ragazza che il carbonaio vorrebbe sposare: "Maledetto, odio odio,
allora! Tutto un inganno, ti spacco la testa, ti butto nelle fiamme
pure a te, ti butto nelle fiamme, brutta puttana, ti odio, serpente,
tu mi bastoni mi bastoni, va' nelle fiamme, sono carbonaio, sì, sono
carbonaio e tu pure nelle fiamme, puttana, nelle fiamme! Io sono un
carbonaio!" (p. 18).
Un dramma
rurale con rogo finale che ci ricorda "Paesi tuoi" di Pavese o "Via
del tabacco" di Coldwell. L'innervatura del linguaggio, talvolta
screziato di dialettismi, ben si attaglia a quel mondo, come ancora
in "Gli scherzi sono il mio mestiere" (nel quale Antonio "U scherz",
per il gusto di prendere in giro la gente, arriva a provocare la
morte di qualcuno) e in "Non sono come te", il più ampio della
raccolta, per il cui personaggio può valere quanto affermato
precedentemente: "Noi abbiamo questa inclinazione di arrivare al
nostro piacere, non possiamo annullarla, e cerchiamo di soddisfarla
nel limite del non pericolo proprio" (p. 25).
Una legge di natura che spinge l'io narrante, nella smania di
dimostrare la propria superiorità nei confronti dei compaesani, a
emigrare in città dandosi colà alla conquista di donne unendo al
piacere fisico anche quello della soddisfazione morale che ne
riceverà quando si risaprà in paese: senza fermarsi davanti a
niente, dalle madri passa alle figlie bambine. In questo racconto
però la dimensione psicologica si intreccia ancor più a quella
sociale, in una viva descrizione della fatica del lavoro, da quello
dei contadini che vivono come bestie a quello in città dove c'è il
coraggio di protestare. Fino al contrasto stesso di matrice
pavesiana, mediato dal corregionale Scotellaro, fra campagna e
città: "Non c'ero mai stato. Per la verità, in nessuna città c'ero
mai stato fino a quel momento [...] Mi sentivo rinascere di nuovo,
diventare subito quello che non ero stato fino a quel momento che
misi piede a Taranto" (pp. 63 e 67).
Apparentemente positiva, la città che abbaglia trae però il peggio
del protagonista, legato alla sua catena, nel cui animo Santamaria
scava portando avanti una sorta di naturalismo espressionista e
surreale e ricercando nel caso "locale" un significato universale.
Enzo
Rega
"La Mosca di Milano", n.17, dicembre 2007
(1) Attualmente
Franco Santamaria risiede a Poviglio di Reggio Emilia.
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