|
In
Italia, lo abbiamo affermato spesso, l'editoria è tranciata in due
dalla lama che divide la lettura dal profitto. Per questo abbiamo
libri pessimi vendutissimi e opere straordinarie sconosciute, poco
vendute o, peggio, mai pubblicate.
Gli scrittori nascono, scrivono, e per ognuno di loro arriva un
giorno il momento di scegliere. Provare la strada del pessimo e
vendere se stessi (ammesso che si possa trovare qualcuno che li
compri), o scrivere, scrivere e basta, scrivere per davvero?
Pur non essendo uno sconosciuto, Franco Santamaria ci pare
senz'altro appartenere comunque alla cerchia di quelli che hanno
fatto la scelta vera e più difficile: scrivere.
In questa rubrica e altrove nel nostro sito (www.viaoberdan.it) lo abbiamo già in
passato apprezzato come poeta. Oggi leggiamo la sua ultima fatica:
“Se la catena non si spezza”, pregevole raccolta di racconti edita
da Bastogi.
Uno stile forte, aspro, liquido nel senso consonantico del termine;
un limone, uno spruzzo di mare, un muretto di pietra lungo sentieri
di campagna meridionale, ogni racconto, ogni frase, vivono di parole
tirate su dal buio.
I quattro racconti della raccolta, tutti straordinari con
particolare riferimento a quello che dà il titolo al volumetto, sono
frammenti di umanità sconfitta e combattiva, tenera e furiosa,
cuciti addosso a personaggi che ritornano da viaggi verghiani e si
tuffano in quella dimensione del sud nostrano che resta spesso
sospesa tra il contemporaneo e l'antico, tra il moderno e la
tradizione.
La dicotomia temporale che vivono rende però gli individui
disadattati, folli, spingendoli in alcuni casi fino a una bestialità
incosciente, che a tratti ispira nel lettore un misto di disgusto e
tenerezza, di livore e compassione.
Cattivi non per colpa, ma per ricerca di un riscatto, incapacità di
comprendere, una spinta verso un proprio progresso umano che si
traduce alla fine, inevitabilmente, in una forma di pazzia.
Santamaria non fa sconti. Mette a nudo i personaggi, le comparse e
gli ambienti; ritrae fedelmente il dramma e non interviene se non in
quell'atmosfera di triste speranza che sembra rimanere, comunque,
lontana, alla fine di ogni racconto.
Un senso di non ancora perduto racchiuso, forse, proprio in quella
“catena che non potrà mai spezzarsi“, croce e delizia impalpabile,
destino inevitabile e prigionia maledetta di ognuno dei suoi
protagonisti.
Thomas
Pistoia |