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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 
 

 

"Se la catena non si spezza" di Franco Santamaria
Raffaele Piazza

 

Nella produzione letteraria di Franco Santamaria è costante il tema di un sentito meridionalismo. Molto bene orchestrato, il testo di cui ci occupiamo, è costituito dalla Prefazione di Letizia Lanza, da una Nota introduttiva dello stesso Santamaria, dai quattro racconti intitolati, Ero un carbonaio, Gli scherzi sono il mio mestiere, Se la catena non si spezza, che dà il titolo alla raccolta, e Non sono come te, da una Conclusione, dello stesso Santamaria, e da una Postfazione di Pasquale Matrone. È lo stesso autore a darci le ragioni della sua opera, quando ci dice che l’idea di ogni racconto gli è venuta dalla lettura di notizie riportate da giornali, da avvenimenti di cronaca; quindi prosa d’occasione, quella di Santamaria, mediata sempre dal suo attaccamento, a livello tematico ed emotivo, alla gente del profondo Sud, della Lucania, terra ardua, amara e umiliata, rimasta tale all’inizio del terzo millennio, almeno per molti aspetti.
Le fabule di Santamaria sono caratterizzate da un forte realismo e da esse si evince il rapporto di amore-odio che il narratore ha per la sua terra natale e la sua comprensione, mista a compassione, che il nostro prova per gli abitanti della sua Lucania, per la loro miseria, la loro ignoranza, che li porta spesso a comportamenti animaleschi. Da un osservatorio, un visore virtuale, un luogo privilegiato, senza miseria e ignoranza, Santamaria contempla, attraverso il passaggio intermedio della lettura di casi di articoli giornalistici, che rivestono il ruolo di spunti, un’umanità senza speranza, alla ricerca di una felicità che le viene inesorabilmente negata a causa delle sue radici antropologiche, ataviche.

“Scarno il dettato, ispirato ai canoni del colloquiale, ossia del linguaggio dialettale parlato, reso più vivido dall’insistita ripetizione di idee e di espressioni; rapida la narrazione, talora scandita da temi verbali in successione martellante. Senza leziosità e lenocini retorici, senza ammiccamenti vani, al contrario, la parola narrativa si disnoda consapevolmente realistica, benché non di rado intrisa di squarci surreali, e, comunque, fortemente allusivi. Il che vale soprattutto per Se la catena non si spezza, ove si consuma una sorta di allucinato distacco dall’irrevocabilità della morte, tutto giocata su suggestioni oniriche e patologia mentale” (Letizia Lanza, Prefazione).
La scrittura di questo testo è nervosa e asciutta e l’io narrante, nei quattro racconti, è caratterizzato, nel suo estrinsecarsi, da una grande forza evocativa, da uno scavo interiore che fa emergere figure grottesche e immorali che si realizzano a volte nella perversione; è il caso del protagonista di Non sono come te, che, cosciente di essere un reietto, come la gente del paesino lucano dove vive, conoscendo il mondo di fuori, dove tanti possono condurre un’esistenza caratterizzata da una migliore qualità della vita, cerca il riscatto in due maniere: una andando a Taranto, quindi trasferendosi in un luogo più modernizzato, sia decidendo di diventare un grande seduttore di donne, cosa che lo fa sentire vincente rispetto ai paesani che con disprezzo ha abbandonato (del resto lo stesso autore è vissuto a Taranto e quindi può descriverla in maniera molto particolareggiata): arriverà il protagonista ad avere rapporti sessuali anche con delle bambine, realizzando, nel modo più perverso e allucinante il suo lucido delirio di riscatto: molto viscerali le descrizioni, in questo racconto dei gusti sessuali di questa figura che vede nella donna posseduta un puro oggetto di piacere, una conquista, ma è disgustato dai lamenti di piacere delle donne del suo catalogo; un Don Giovanni dunque, ma rispetto a questa figura, più tormentato più impaziente e anche più perverso perché Don Giovanni, pur preferendo le vergini nelle sue gesta erotiche non si è mai abbassato ai livelli della pedofilia.

Una scrittura asciutta, nervosa, non priva di vernice emotiva, nuda come lo sono i personaggi che si muovono in uno scenario grigio e spietato, dove anche il sole pare privo di colore. I racconti di Franco Santamaria sono fatti di pietre poggiate una sull’altra con impietosa e consapevole determinazione. È il paesaggio brullo della Lucania che viene descritto e che si riflette, ugualmente arido e crudo nei comportamenti e nei pensieri dei personaggi che sembrano muoversi, su uno spazio scenico della vita lontano anni luce dal mondo che è tipico dell’occidente postmoderno, fatto di globalizzazione, Internet ed e-mail, dove, per ogni individuo, minimamente privilegiato, nel bene e nel male, si aprono le frontiere di una condizione nuova, affascinante, se vissuta con intelligenza. Originalità notiamo, innanzitutto, nella materia e nell’ambientazione che ci viene presentata da Santamaria, in un testo in cui la caratteristica più evidente, la cifra distintiva, è il tentativo, ben riuscito, di fare immergere il lettore in un tipo di vita a lui lontano e con cui confrontarsi.

Raffaele Piazza

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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