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Nella
produzione letteraria di Franco Santamaria è costante il tema di un
sentito meridionalismo. Molto bene orchestrato, il testo di cui ci
occupiamo, è costituito dalla Prefazione di Letizia Lanza, da una
Nota introduttiva dello stesso Santamaria, dai quattro racconti
intitolati, Ero un carbonaio, Gli scherzi sono il mio mestiere,
Se
la catena non si spezza, che dà il titolo alla raccolta, e Non sono
come te, da una Conclusione, dello stesso Santamaria, e da una
Postfazione di Pasquale Matrone. È lo stesso autore a darci le
ragioni della sua opera, quando ci dice che l’idea di ogni racconto
gli è venuta dalla lettura di notizie riportate da giornali, da
avvenimenti di cronaca; quindi prosa d’occasione, quella di
Santamaria, mediata sempre dal suo attaccamento, a livello tematico
ed emotivo, alla gente del profondo Sud, della Lucania, terra ardua,
amara e umiliata, rimasta tale all’inizio del terzo millennio,
almeno per molti aspetti.
Le fabule di Santamaria sono caratterizzate da un forte realismo e
da esse si evince il rapporto di amore-odio che il narratore ha per
la sua terra natale e la sua comprensione, mista a compassione, che
il nostro prova per gli abitanti della sua Lucania, per la loro
miseria, la loro ignoranza, che li porta spesso a comportamenti
animaleschi. Da un osservatorio, un visore virtuale, un luogo
privilegiato, senza miseria e ignoranza, Santamaria contempla,
attraverso il passaggio intermedio della lettura di casi di articoli
giornalistici, che rivestono il ruolo di spunti, un’umanità senza
speranza, alla ricerca di una felicità che le viene inesorabilmente
negata a causa delle sue radici antropologiche, ataviche.
“Scarno il dettato, ispirato ai canoni del colloquiale, ossia del linguaggio
dialettale parlato, reso più vivido dall’insistita ripetizione di
idee e di espressioni; rapida la narrazione, talora scandita da temi
verbali in successione martellante. Senza leziosità e lenocini
retorici, senza ammiccamenti vani, al contrario, la parola narrativa
si disnoda consapevolmente realistica, benché non di rado intrisa
di squarci surreali, e, comunque, fortemente allusivi. Il che vale
soprattutto per Se la catena non si spezza, ove si consuma una sorta
di allucinato distacco dall’irrevocabilità della morte, tutto
giocata su suggestioni oniriche e patologia mentale” (Letizia Lanza,
Prefazione).
La scrittura di questo testo è nervosa e asciutta e l’io narrante,
nei quattro racconti, è caratterizzato, nel suo estrinsecarsi, da
una grande forza evocativa, da uno scavo interiore che fa emergere
figure grottesche e immorali che si realizzano a volte nella
perversione; è il caso del protagonista di Non sono come te, che,
cosciente di essere un reietto, come la gente del paesino lucano
dove vive, conoscendo il mondo di fuori, dove tanti possono condurre
un’esistenza caratterizzata da una migliore qualità della vita,
cerca il riscatto in due maniere: una andando a Taranto, quindi
trasferendosi in un luogo più modernizzato, sia decidendo di
diventare un grande seduttore di donne, cosa che lo fa sentire
vincente rispetto ai paesani che con disprezzo ha abbandonato (del
resto lo stesso autore è vissuto a Taranto e quindi può descriverla
in maniera molto particolareggiata): arriverà il protagonista ad
avere rapporti sessuali anche con delle bambine, realizzando, nel
modo più perverso e allucinante il suo lucido delirio di riscatto:
molto viscerali le descrizioni, in questo racconto dei gusti
sessuali di questa figura che vede nella donna posseduta un puro
oggetto di piacere, una conquista, ma è disgustato dai lamenti di
piacere delle donne del suo catalogo; un Don Giovanni dunque, ma
rispetto a questa figura, più tormentato più impaziente e anche più
perverso perché Don Giovanni, pur preferendo le vergini nelle sue
gesta erotiche non si è mai abbassato ai livelli della pedofilia.
Una scrittura asciutta, nervosa, non priva di vernice emotiva, nuda
come lo sono i personaggi che si muovono in uno scenario grigio e
spietato, dove anche il sole pare privo di colore. I racconti di
Franco Santamaria sono fatti di pietre poggiate una sull’altra con
impietosa e consapevole determinazione. È il paesaggio brullo della
Lucania che viene descritto e che si riflette, ugualmente arido e
crudo nei comportamenti e nei pensieri dei personaggi che sembrano
muoversi, su uno spazio scenico della vita lontano anni luce dal
mondo che è tipico dell’occidente postmoderno, fatto di
globalizzazione, Internet ed e-mail, dove, per ogni individuo,
minimamente privilegiato, nel bene e nel male, si aprono le
frontiere di una condizione nuova, affascinante, se vissuta con
intelligenza. Originalità notiamo, innanzitutto, nella materia e
nell’ambientazione che ci viene presentata da Santamaria, in un
testo in cui la caratteristica più evidente, la cifra distintiva, è
il tentativo, ben riuscito, di fare immergere il lettore in un tipo
di vita a lui lontano e con cui confrontarsi.
Raffaele
Piazza |