|
Raccolta
di racconti ispirata a reali fatti di cronaca, secondo la nota
dell'autore solitamente dedicatari di "uno spazio più piccolo di una
manchette pubblicitaria", ed ambientati in una zona d'Italia "nella
sofferta incapacità di riscattarsi da sola" che l'autore conosce bene.
Racconti di forte impatto emotivo e dalla scrittura aspra seppur
dotata di una sua eleganza derivante da una profonda dignità.
Il primo racconto è un esempio lampante di questa intensità. Un
carbonaio che in atmosfere degne di un certo Sartre si ritrova in
carcere ma finalmente libero da un lavoro che odiava, accusato di
aver ucciso due persone con il fuoco, intavola un monologo in molti
tratti quasi materico, tutto giocato sulla successione di momenti di
impietosa e quasi masochistica lucidità ed episodi di panico, oppure
di selvaggia ribellione e rivendicazione del proprio gesto. Con
l'aggiunta di memorie che si incrociano e fondono, fino a visioni di
vendetta e quasi dantesco contrappasso.
E così via, con una ricca tavolozza di situazioni e caratteri.
Potremmo citare l'olimpico scansafatiche ("Mi dici: ti do un
milione, spostami quella pietra. Io, non solo non la sposto, la
pietra, ma mi ritengo in un certo modo pure offeso") e impietoso
autore di scherzi del secondo racconto, il quale contiene una
preziosa divagazione sull'egoismo e l'effettiva inesistenza della
moralità che porterà (con abile mossa) alla realizzazione pratica di
un assassinio, vittima un uomo la cui colpa è di essere "scemo".
E a quanta letteratura questo racconto si accosta, non ultimo
Dostoevskj la cui lezione si affaccia anche nel quarto racconto, il
cui protagonista esalta con tenace dialettica la necessità per lui
di dimostrare come sia stato capace di mettere in azione
l'intelligenza, alzarsi "da questa melma", e che dopo mille proclami
non trova di meglio da fare che litigare come un pazzo perché la
gente gi ha tolto il titolo di "don" ("per lo meno mi distinguevo
nel nome dagli altri contadini"). Fino alla giustificazione della
depravazione, pur di sentirsi slegato dalle catene della morale, o
meglio per illudersi di godere di una onnipotenza all'uomo
irrimediabilmente negata, e che - questo ci dicono i racconti - egli
in nessun modo saprebbe ben gestire.
Sandro
Montalto
"Hebenon", Anno XII n.9, novembre 2007 |