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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 
 

 

"La Scrittura e le catene della Storia"
Postfazione di Pasquale Matrone

 

Una scrittura asciutta, nervosa, priva di vernice emotiva; nuda come lo sono i personaggi che si muovono su uno scenario grigio e spietato, dove anche il sole pare privo di calore, svuotato di forza vitale, perché lui pure vittima impotente di torti antichi e incatenato a un destino che stritola e distrugge uomini, speranze e sogni…
I racconti di Franco Santamaria sono fatti di pietre poggiate l’una sull’altra con impietosa e consapevole determinazione, non per edificare case eleganti e dall’architettura sofisticata bensì solamente aridi e sinistri muri a secco ricoperti di tetti di lamiera e di sterpaglie, pronti a ospitare dannati dalla schiena piegata da ingiustizie secolari e da una rassegnazione priva di confini che ne dichiara e ne consacra la resa definitiva a una sorta di irreversibile ferinità.
Non c’è compiacimento populistico e di maniera nelle cose narrate. Ci sono invece lacerti di cronaca, spezzoni di esistenza, reperti di una quotidianità esaminati con la lucida sapienza di chi, pur vivendone ormai lontano, ancora avverte forte il senso di appartenenza a una società umiliata e calpestata da secoli, aggredita dal potere e offesa dalla colpevole indifferenza dei suoi stessi figli.

I racconti lasciano in bocca un sapore amaro, quasi una sorta di fastidio. Danno, infatti, a chi ne esamina solo la superficie, la sensazione sgradevole di essere il frutto quasi perverso di una visione del mondo esasperata, morbosa, cinica, tesa a ingigantire e a fare un uso demagogico dei difetti e delle storture dell’umana condizione. Ma non è così. Lo si capisce presto, se si va oltre le apparenze. E si comprende che, a guidare la mano ferma e decisa dello scrittore, c’è soltanto la rabbia misurata di chi sente scorrere nelle vene il sangue violato dei padri, di chi mai ha voluto recidere il cordone ombelicale con una terra che ancora continua a sentire sua e per la quale avverte, con vigore sempre più intenso, l’esigenza di combattere.

L’autore della raccolta non è un improvvisatore più o meno maldestro che costruisce storie per il gusto di ingrossare la schiera ormai satura dei tanti che giocano a fare i letterati senza il sostegno di un’adeguata verifica degli strumenti in loro possesso. A monte della sua scrittura c’è, invece, come è giusto che sia, una lunga e onesta dimestichezza sia con la cultura classica, di cui si rivela un raffinato fruitore, sia anche e soprattutto con la parte più nobile della narrativa contemporanea di cui rivela di aver colto in pieno il senso e le ragioni.
Franco Santamaria sa scrivere. E sa che mettere insieme parole per rappresentare il mondo non è né un gioco né tanto meno un atto gratuito. Conosce la sacralità di un mestiere che ha il diritto di esistere solo se serve a turbare, sconvolgere, graffiare, costruire, denunziare; se riesce a dar voce e vigore a chi ne è privo sia per limiti congeniti sia perché ne è stato espropriato con la prepotenza; se, infine, anche se solo sulla carta stampata, ha l’intenzione di far pareggiare i conti e di fornire un adeguato contributo a raddrizzare i torti della società e della Storia… Perciò è uno scrittore di razza. Uno che usa l’ironia come arma per aggredire le ingiustizie, il dolore, l’odio, l’ignoranza e la guerra. Un intellettuale che non si preoccupa di apparire cinico, spietato e sgradevole; che non ama guadagnarsi la benevolenza del lettore con la mielosità e la retorica di chi insegue il successo e le mode; che dice pane al pane solo perché, innamorato degli ultimi e dei reietti, ne condivide le sofferenze e si batte per costruirne il riscatto.

Pasquale Matrone

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.