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Una
scrittura asciutta, nervosa, priva di vernice emotiva; nuda come lo
sono i personaggi che si muovono su uno scenario grigio e spietato,
dove anche il sole pare privo di calore, svuotato di forza vitale,
perché lui pure vittima impotente di torti antichi e incatenato a un
destino che stritola e distrugge uomini, speranze e sogni…
I racconti di Franco Santamaria sono fatti di pietre poggiate l’una
sull’altra con impietosa e consapevole determinazione, non per
edificare case eleganti e dall’architettura sofisticata bensì
solamente aridi e sinistri muri a secco ricoperti di tetti di
lamiera e di sterpaglie, pronti a ospitare dannati dalla schiena
piegata da ingiustizie secolari e da una rassegnazione priva di
confini che ne dichiara e ne consacra la resa definitiva a una sorta
di irreversibile ferinità.
Non c’è compiacimento populistico e di maniera nelle cose narrate.
Ci sono invece lacerti di cronaca, spezzoni di esistenza, reperti di
una quotidianità esaminati con la lucida sapienza di chi, pur
vivendone ormai lontano, ancora avverte forte il senso di
appartenenza a una società umiliata e calpestata da secoli,
aggredita dal potere e offesa dalla colpevole indifferenza dei suoi
stessi figli.
I racconti lasciano in bocca un sapore amaro, quasi una sorta di
fastidio. Danno, infatti, a chi ne esamina solo la superficie, la
sensazione sgradevole di essere il frutto quasi perverso di una
visione del mondo esasperata, morbosa, cinica, tesa a ingigantire e
a fare un uso demagogico dei difetti e delle storture dell’umana
condizione. Ma non è così. Lo si capisce presto, se si va oltre le
apparenze. E si comprende che, a guidare la mano ferma e decisa
dello scrittore, c’è soltanto la rabbia misurata di chi sente
scorrere nelle vene il sangue violato dei padri, di chi mai ha
voluto recidere il cordone ombelicale con una terra che ancora
continua a sentire sua e per la quale avverte, con vigore sempre più
intenso, l’esigenza di combattere.
L’autore della raccolta non è un improvvisatore più o meno maldestro
che costruisce storie per il gusto di ingrossare la schiera ormai
satura dei tanti che giocano a fare i letterati senza il sostegno di
un’adeguata verifica degli strumenti in loro possesso. A monte della
sua scrittura c’è, invece, come è giusto che sia, una lunga e onesta
dimestichezza sia con la cultura classica, di cui si rivela un
raffinato fruitore, sia anche e soprattutto con la parte più nobile
della narrativa contemporanea di cui rivela di aver colto in pieno
il senso e le ragioni.
Franco Santamaria sa scrivere. E sa che mettere insieme parole per
rappresentare il mondo non è né un gioco né tanto meno un atto
gratuito. Conosce la sacralità di un mestiere che ha il diritto di
esistere solo se serve a turbare, sconvolgere, graffiare, costruire,
denunziare; se riesce a dar voce e vigore a chi ne è privo sia per
limiti congeniti sia perché ne è stato espropriato con la
prepotenza; se, infine, anche se solo sulla carta stampata, ha
l’intenzione di far pareggiare i conti e di fornire un adeguato
contributo a raddrizzare i torti della società e della Storia…
Perciò è uno scrittore di razza. Uno che usa l’ironia come arma per
aggredire le ingiustizie, il dolore, l’odio, l’ignoranza e la
guerra. Un intellettuale che non si preoccupa di apparire cinico,
spietato e sgradevole; che non ama guadagnarsi la benevolenza del
lettore con la mielosità e la retorica di chi insegue il successo e
le mode; che dice pane al pane solo perché, innamorato degli ultimi
e dei reietti, ne condivide le sofferenze e si batte per costruirne
il riscatto.
Pasquale
Matrone |