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FRANCO SANTAMARIA

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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 
 

 

"Se la catena non si spezza" di Franco Santamaria
Calogero Di Giuseppe

 

Quando nasce un libro è sempre un evento molto importante, perché è l’espressione di un essere umano, chiunque egli sia. L’opera acquista più consistenza se ha un’alta percentuale di sincero valore. Franco Santamaria al suo modo di descrivere l’andamento umano ha aggiunto la sua esperienza professionale e le sue qualità artistiche. Non importa se chi legge condivida o no il senso dell’opera o il modo con cui è scritta.
Leggendo il racconto Ero un carbonaio non si può che farsi delle domande: Vi è differenza tra le prigioni e le miniere? Non sono anelli della stessa catena? La cava di un materiale tossico o un’officina siderurgica o ancora un’altra attività non sono componenti della stessa catena?
Se l’autore sprigiona queste domande l’esito non può che essere positivo. Vuol dire che suscita curiosità: fa pensare. Sa intuire. La disperazione, l’ignoranza, la dignità, la coscienza di non potere rompere la consueta catena che imprigiona i personaggi dell’autore, fanno pensare a I Vinti di Giovanni Verga, agli sfortunati Malavoglia che, pur onesti, soffrono, (immeritatamente?) lottano contro il destino avverso.
Il Carbonaio fa pensare al piccolo Rosso Malpelo detto “Ranocchio”, un altro vinto (del Verga) che arranca sotto il carico dello zolfo nella miniera… che ne diviene la sua tomba.
Credo che ogni anello esistenziale non sia altro che una prigione senza limiti. Come lo è quella del protagonista, descritto con una sintassi particolare… propria al caso. Ricca di ripetizioni tipiche del mondo locale… che bene sintetizza la rabbia, la solitudine, la disperazione, l’ignoranza… che sono le vere protagoniste di questo racconto.
L’incomunicabilità dei protagonisti è la stessa, anche se meno raffinata, di quella degli “uomini colti” del mondo d’oggi: le torture sociali non sono diverse.
Gli scherzi sono il mio mestiere, in realtà non sono proprio scherzi, lo scherzo, quando è tale non deve lasciare segno né nel corpo né nell’anima. Il personaggio Antonio Tamarro vede gli altri tutti disonesti e inferiori a Lui… perciò degni di umiliazioni. Pusillanimi, “ecco cosa sono”. Durante e dopo la seconda guerra mondiale, personaggi simili al protagonista (ciarlatani) pullulavano ovunque. Inventavano mille finti mestieri, per non lavorare, mentre altri volevano farlo e non riuscivano a trovare occupazione. Gli allergici al lavoro avevano un motto ben preciso: “meglio far niente che lavorare”. Il lavoro, spiegano, quando c’è è meglio che lo facciano gli altri.
Gli scherzi di Antonio Tamarro rasentano la cattiveria e il cinismo, come quelli dei topi o del vino corretto con l’urina. Altri scherzi non sembrano veri, sono meno credibili.
Alcuni personaggi dei quattro racconti a volte non hanno alcuna moralità, come Antonio Tamarro quando dice a pagina 24: “la moralità non esiste”. Oppure: “l’uomo ha bisogno di sfogarsi e di soddisfare il suo egoismo, se è nato con questo istinto, non può eliminarlo, dovrebbe uccidersi”. Verità che non si possono negare… ma sappiamo anche che dobbiamo sforzarci per alleviare il giogo dell’anello della catena che ci pesa sul collo.
Vivere nell’abisso dell’ignoranza e della miseria come questi personaggi non vuol dire essere meno intelligenti di altri, più ricchi e istruiti, anzi… lo dimostra Antonio quando afferma: “ma chi li tocca i preti?”. Capisce che sono “avversari tosti” e ci rinuncia: “son duri di sensibilità quelli”, per non dire potentissimi perché la sanno lunga.
Diverso dagli altri è Se la catena non si spezza, è meno decifrabile… è una satira folle, si comprende a tratti. Bella l’introduzione. La vedova vedendo avvicinarsi i morti plebei all’ex solitaria tomba di famiglia si inquieta. Nella semi-follia dice cose vere, esprime un sentimento di ripulsa verso i vinti, verso la marmaglia popolana, e il suo agire fa pensare a “A Livella” di Totò (Antonio de Curtis). Il Marchese è indignato perché accanto alla sua tomba vi è seppellito un povero spazzino. Il resto del vaniloquio risulta meno spontaneo, troppo ragionato.
Non sono come te. Questo racconto ha un protagonista che somiglia a tanti altri che stando ai margini della società, vivono nella disperazione, si sentono accerchiati dall’anello della catena e vorrebbero presuntuosamente spezzarla. Quando ci riescono, spesso si accorgono che quella liberazione non è altro che un nuovo guinzaglio… e si sentono legati ed ancora più di prima. All’inizio le storie degli emigranti sono quasi tutti uguali. (Negli anni sessanta Luchino Visconti ha girato un bel film: “Rocco e i suoi fratelli”, che bene ha descitto il dramma dei protagonisti durante l’inserimento nella “nuova società”). La conseguente differenza sta in quello che i singoli hanno nel proprio io, nella propria testa, nel cuore e nella propria cattiveria. Anche in questo racconto c’è il travaglio del protagonista, di un’anima che non si rassegna. Dalla monotonia quotidiana cerca di sollevarsi lasciando la palude di uomini rassegnati al mondo rurale che disprezza. Disprezzo non sempre meritato.
Ogni creatura ha l’obbligo della ricerca interiore e civile per migliorarsi. Col proprio egoismo e la propria cattiveria, “Don Donato Bortillo” riconosce questo diritto alle femmine… non per loro ma per il proprio tornaconto… perché essendo libere può conquistarle con più facilità. Da questo suo egoismo, (dalla sua difesa a tutti i costi del proprio “casato”, dal disprezzo che ha del resto dell’umanità, persino dell’innocenza delle bambine) la sua follia diventa sempre più chiara. Il personaggio diventa ancora più solo. Quasi unico.
Bella la descrizione dell’arrivo a Taranto… umana… reale! La quotidianità è vista con occhi “normali”.
Don Bortillo… uno dei tanti microbi (poveri o ricchi non importa) che compongono la misteriosa catena dell’autore, non assolve nemmeno il sesso femminile, apparentemente vittima: in realtà la vittima è Lui… il “nobile” (o l’ignobile?), che non sa capire il meccanismo di vivere la realtà.
La conclusione non può essere che l’inizio della Creazione, mistero che il Regno animale non può rivelare, anche se ne fa parte. Quindi la catena rimane integra , né la “curiosità” né la presunta intelligenza dell’Uomo potrà mai spezzarla… il ciclo rimane perenne. Così è se vi pare… (Pirandello). Se non vi pare è lo stesso.

Nota a parte
Per chi non crede… neanche nell’Uomo, vi è un suggerimento di R. G. Ingersol, avvocato statunitense (1883-1899): un Dio onesto è la creazione più nobile dell’Uomo.
Nessuno è esentato da questo tributo misterioso che ci impone di pagare l’atto di nascita. Nessuno. Come nessuno può sottrarsi alla sentenza di G. Leopardi: Forse in qual forma, in quale/ stato che sia, dentro covile o cuna/ è funesto a chi nasce il dì natale.
Se questi sono sentimenti che un lettore trae dai racconti, non possiamo fare altro che congratularci con l’autore.

Calogero Di Giuseppe

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