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Quando
nasce un libro è sempre un evento molto importante, perché è
l’espressione di un essere umano, chiunque egli sia. L’opera
acquista più consistenza se ha un’alta percentuale di sincero
valore. Franco Santamaria al suo modo di descrivere l’andamento
umano ha aggiunto la sua esperienza professionale e le sue qualità
artistiche. Non importa se chi legge condivida o no il senso
dell’opera o il modo con cui è scritta.
Leggendo il racconto Ero un carbonaio non si può che farsi delle
domande: Vi è differenza tra le prigioni e le miniere? Non sono
anelli della stessa catena? La cava di un materiale tossico o
un’officina siderurgica o ancora un’altra attività non sono
componenti della stessa catena?
Se l’autore sprigiona queste domande l’esito non può che essere
positivo. Vuol dire che suscita curiosità: fa pensare. Sa intuire.
La disperazione, l’ignoranza, la dignità, la coscienza di non potere
rompere la consueta catena che imprigiona i personaggi dell’autore,
fanno pensare a I Vinti di Giovanni Verga, agli sfortunati
Malavoglia che, pur onesti, soffrono, (immeritatamente?) lottano
contro il destino avverso.
Il Carbonaio fa pensare al piccolo Rosso Malpelo detto “Ranocchio”,
un altro vinto (del Verga) che arranca sotto il carico dello zolfo
nella miniera… che ne diviene la sua tomba.
Credo che ogni anello esistenziale non sia altro che una prigione
senza limiti. Come lo è quella del protagonista, descritto con una
sintassi particolare… propria al caso. Ricca di ripetizioni tipiche
del mondo locale… che bene sintetizza la rabbia, la solitudine, la
disperazione, l’ignoranza… che sono le vere protagoniste di questo
racconto.
L’incomunicabilità dei protagonisti è la stessa, anche se meno
raffinata, di quella degli “uomini colti” del mondo d’oggi: le
torture sociali non sono diverse.
Gli scherzi sono il mio mestiere, in realtà non sono proprio
scherzi, lo scherzo, quando è tale non deve lasciare segno né nel
corpo né nell’anima. Il personaggio Antonio Tamarro vede gli altri
tutti disonesti e inferiori a Lui… perciò degni di umiliazioni.
Pusillanimi, “ecco cosa sono”. Durante e dopo la seconda guerra
mondiale, personaggi simili al protagonista (ciarlatani) pullulavano
ovunque. Inventavano mille finti mestieri, per non lavorare, mentre
altri volevano farlo e non riuscivano a trovare occupazione. Gli
allergici al lavoro avevano un motto ben preciso: “meglio far niente
che lavorare”. Il lavoro, spiegano, quando c’è è meglio che lo
facciano gli altri.
Gli scherzi di Antonio Tamarro rasentano la cattiveria e il cinismo,
come quelli dei topi o del vino corretto con l’urina. Altri scherzi
non sembrano veri, sono meno credibili.
Alcuni personaggi dei quattro racconti a volte non hanno alcuna
moralità, come Antonio Tamarro quando dice a pagina 24: “la moralità
non esiste”. Oppure: “l’uomo ha bisogno di sfogarsi e di soddisfare
il suo egoismo, se è nato con questo istinto, non può eliminarlo,
dovrebbe uccidersi”. Verità che non si possono negare… ma sappiamo
anche che dobbiamo sforzarci per alleviare il giogo dell’anello
della catena che ci pesa sul collo.
Vivere nell’abisso dell’ignoranza e della miseria come questi
personaggi non vuol dire essere meno intelligenti di altri, più
ricchi e istruiti, anzi… lo dimostra Antonio quando afferma: “ma chi
li tocca i preti?”. Capisce che sono “avversari tosti” e ci
rinuncia: “son duri di sensibilità quelli”, per non dire
potentissimi perché la sanno lunga.
Diverso dagli altri è Se la catena non si spezza, è meno
decifrabile… è una satira folle, si comprende a tratti. Bella
l’introduzione. La vedova vedendo avvicinarsi i morti plebei all’ex
solitaria tomba di famiglia si inquieta. Nella semi-follia dice cose
vere, esprime un sentimento di ripulsa verso i vinti, verso la
marmaglia popolana, e il suo agire fa pensare a “A Livella” di Totò
(Antonio de Curtis). Il Marchese è indignato perché accanto alla sua
tomba vi è seppellito un povero spazzino. Il resto del vaniloquio
risulta meno spontaneo, troppo ragionato.
Non sono come te. Questo racconto ha un protagonista che somiglia a
tanti altri che stando ai margini della società, vivono nella
disperazione, si sentono accerchiati dall’anello della catena e
vorrebbero presuntuosamente spezzarla. Quando ci riescono, spesso si
accorgono che quella liberazione non è altro che un nuovo
guinzaglio… e si sentono legati ed ancora più di prima. All’inizio
le storie degli emigranti sono quasi tutti uguali. (Negli anni
sessanta Luchino Visconti ha girato un bel film: “Rocco e i suoi
fratelli”, che bene ha descitto il dramma dei protagonisti durante
l’inserimento nella “nuova società”). La conseguente differenza sta
in quello che i singoli hanno nel proprio io, nella propria testa,
nel cuore e nella propria cattiveria. Anche in questo racconto c’è
il travaglio del protagonista, di un’anima che non si rassegna.
Dalla monotonia quotidiana cerca di sollevarsi lasciando la palude
di uomini rassegnati al mondo rurale che disprezza. Disprezzo non
sempre meritato.
Ogni creatura ha l’obbligo della ricerca interiore e civile per
migliorarsi. Col proprio egoismo e la propria cattiveria, “Don
Donato Bortillo” riconosce questo diritto alle femmine… non per loro
ma per il proprio tornaconto… perché essendo libere può
conquistarle con più facilità. Da questo suo egoismo, (dalla sua
difesa a tutti i costi del proprio “casato”, dal disprezzo che ha
del resto dell’umanità, persino dell’innocenza delle bambine) la sua
follia diventa sempre più chiara. Il personaggio diventa ancora più
solo. Quasi unico.
Bella la descrizione dell’arrivo a Taranto… umana… reale! La
quotidianità è vista con occhi “normali”.
Don Bortillo… uno dei tanti microbi (poveri o ricchi non importa)
che compongono la misteriosa catena dell’autore, non assolve
nemmeno il sesso femminile, apparentemente vittima: in realtà la
vittima è Lui… il “nobile” (o l’ignobile?), che non sa capire il
meccanismo di vivere la realtà.
La conclusione non può essere che l’inizio della Creazione, mistero
che il Regno animale non può rivelare, anche se ne fa parte. Quindi
la catena rimane integra , né la “curiosità” né la presunta
intelligenza dell’Uomo potrà mai spezzarla… il ciclo rimane
perenne. Così è se vi pare… (Pirandello). Se non vi pare è lo
stesso.
Nota a parte
Per chi non crede… neanche nell’Uomo, vi è un suggerimento di R. G.
Ingersol, avvocato statunitense (1883-1899): un Dio onesto è la
creazione più nobile dell’Uomo.
Nessuno è esentato da questo tributo misterioso che ci impone di
pagare l’atto di nascita. Nessuno. Come nessuno può sottrarsi alla
sentenza di G. Leopardi: Forse in qual forma, in quale/ stato che
sia, dentro covile o cuna/ è funesto a chi nasce il dì natale.
Se questi sono sentimenti che un lettore trae dai racconti, non
possiamo fare altro che congratularci con l’autore.
Calogero Di Giuseppe |