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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 
 

 

"Se la catena non si spezza", racconti di Franco Santamaria
Aurelio De Rose

 

Con il libro “Se la catena non si spezza” (prefazione di Letizia Lanza e postfazione di Pasquale Matrone), edito dalla Bastogi, Franco Santamaria pone un altro importante tassello alla Sua dedizione verso le forme d’arte che lo interessano e che questa volta si sviluppano attraverso la narrativa. Conoscevo Franco come eccellente poeta e nello stesso tempo pittore di quelle stesse sensazioni provate nei versi. Ora, egli aggiunge a quelle forme una più “diluita” modellazione d’espressione: ovvero la narrazione, che non si distacca assolutamente dalle altre citate, anzi è figlia delle stesse. Certo, perché attraverso questi quadri narrativi non è difficile ritrovarsi nel percorso della Sua vita che non si distacca e mai lo farà, dalle origini lucane; dalla Sua terra, dalle immagini di luoghi e cose e uomini, che in essa, pur distante negli anni, ritrova.
Nel corso delle letture non sarà difficile scavarne tutte le sensibilità che accomunano, nella pur tormentata rivisitazione di quel mondo, la personale visione di riscatto che è intrinseca negli uomini di quella antichissima cultura. Così nel testo, Santamaria ci accompagna in quel contesto “voluto”, quasi sempre contadino, che ancora oggi ha serbato in sé tutta la propria voglia di rivincita, restando legato per sopravvivere a quello che era ed è ancora per molti l’unica possibilità di vita: la propria terra, la propria cultura.
Ed è soprattutto verso la terra che i racconti si snodano rivelandone personaggi tipici che il ricordo e la fantasia narrativa possono tramandare. Sono quattro in tutto questi “quadri”, ed in essi l’Io narrativo può intravedersi in particolare attraverso la descrizione dei luoghi, certo vissuti, che come “fantasmi ironici” si ripropongono alla mente.
Così, ci appare in una sorta di “continuum”, la melanconia e l’ironia tipica di un mondo “paesano” che ritorna nella descrizione di uomini e di cose che al di là del “sudare” il proprio suolo natio, come unico sostentamento, restano ad esso legati, spesso, senza una vera volontà di distacco.
Ed è tipico di quel trascorrere i giorni, l’evento che più d’altri Santamaria pone all’attenzione del lettore: quello dello scherzo o scherno che restava soprattutto negli anni giovanili del narratore, l’unico “espediente” per diversificare l’andamento “noioso” di una vita grama. A questo, si aggiunge poi la tipica figura d’un contesto più “emancipato” che non ostenta la propria posizione sociale: come la giovane vedova del racconto che dà titolo al libro, che mostra però tutta la propria fragilità ed il “livellamento” che porta tutti sullo stesso piano emotivo dinanzi alla morte ed al ricordo dei cari.
Ma vi è poi, quasi volutamente direi da parte di Santamaria, la volontà di porsi fuori da quei contesti che mostrano la fragilità di quel mondo rurale e contadino come grido di riscatto che si ritrova nel racconto di chiusura: “Non sono come te”, che si può sintetizzare nelle quattro fasi che partendo da una condizione mentale e comportamentale uguale ai conterranei, passa a quello del risveglio fisico e successivamente matura e porta ad avere scelte diverse che maturando lo “ diversifica ” ponendolo in una condizione ricercata e superiore rispetto a tanti concittadini.
In questi giorni, prima di leggere il libro, involontariamente, mi era venuto alla mente un viaggio che feci a Montalbano Jonico del 1956. Per analogia ai personaggi che vengono descritti da Santamaria, ho anche io rivisitato quella terra, quegli anni. Andai ospite d’un mio compagno di liceo che era venuto a Napoli a studiare, unico della famiglia a dedicarsi a cosa diversa dal curare la terra e gli animali, sostenuto economicamente dai vecchi genitori e dai fratelli e sorelle.
Abitava, con il vecchio padre cieco ed ammalato e la madre, in un specie di grotta con l’asina e il grano conservato ed usato come baratto agli acquisti. Mi riservarono però un letto in casa, in campagna, non ultimata del tutto e quindi senza né acqua né luce, e lì dormii. Malgrado queste difficoltà, per me “cittadino” quel soggiorno l’ho sempre ricordato con grande piacere e mi sono rimasti ancora infissi nella mente nomi e volti e luoghi che conobbi. Mi dilungherei ancora ma il perché di questo divagare è dovuto al fatto che allora appresi anche di un poeta natio di Montalbano : Giuseppe Lomonaco che non solo rappresentava il simbolo culturale di quel paese ma anche come tant’altri della Lucania intera.
Ebbene a Lomonaco, che credo molti non conoscono, Alessandro Manzoni dedicò una poesia i cui primi versi recitano:
« Come il divo Alighier l'ingrata Flor - errar fea, per civil rabbia sanguigna, / pel suol, ci liberal natura inflora, /ove spesso il buon nasce, e rado alligna.
Esule egregio, narri, e Tu pur ora / duro esempio ne dai, Tu, cui maligna / sorte sospinse, e tiene incerto ancora / in questa di gentil alme matrigna.
Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poi / che pro se piangi, e 'l cener freddo adori, / e al nome vôto onor divino fai?
Sì da' barbari oppressa, opprimi i tuoi, / e ognor tuoi danni e tue colpe deplori, / pentita sempre, e non cangiata mai
».
Non sembri un paradosso quello di aver citato il Lomonaco parlando di Santamaria; ritengo che questo accostamento ai fini di quel riscatto “sociale e culturale”, seppure sviluppato in tempi diversi (il Lomonaco fu tra quelli che morirono durante la Rivoluzione napoletana del 1799) per nascita e vissuto in quei lembi di continente, che pochi conoscono come Montalbano Jonico o Tursi citta natia di Franco, rappresentino così come tanti altri lucani “esuli”, la volontà di mostrare quella “terra”: riscattarsi e riscattare secolari dimenticanze. Terra “dura” che solo la volontà ha fatto resistere i lucani, gente generosa e buona, difficilmente ritrovabile in altri lembi della nostra penisola.

Aurelio De Rose

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.