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FRANCO SANTAMARIA

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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 
 

 

"Se la catena non si spezza": e-mail e nota
Lucia Visconti Cicchino

 

From: <lcicchino@libero.it>
To: "frasmari_fs" <frasmari_fs@libero.it>
Sent: Sunday, January 01, 2006 7:16 PM
Subject: Commento a “Se la catena non si spezza”

Gent.mo Signor Franco, già a lavoro! Grazie della sua generosità e della sua tenacia.
Ho bevuto "Se la catena non si spezza". Tutto è scorso velocemente, anche se l'amaro prevaleva, ma solo in apparenza. In realtà il suo amore per i reietti, per "gli incatenati" in qualsiasi forma, ha addolcito la bevanda, che di per sè sarebbe stata cicuta.
Mi hanno coinvolto tutti i protagonisti con le tragedie sgorgate dalle loro storie personali, ma ritengo che il vero unico protagonista sia lei, con la passione nelle viscere per questa umanità ridotta alla pazzia, lei che l'ha così vissuta intensamente da saperla riscrivere come pagine di diario.
La catena si può spezzare, è vero, con la compassione e il sentire nelle cellule lo stesso dolore, la stessa perdita di dignità di questa umanità che mette a nudo la nostra ipocrisia.
Mi perdoni per queste righe povere, ma almeno in punta di piedi e in modo maldestro non ho potuto fare a meno di ringraziarla.
Auguri speciali per il 2006!

Lucia Visconti Cicchino

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In pochi giorni ho trangugiato “Se la catena non si spezza” di Franco Santamaria (Ed. Bastogi, Foggia 2005).
Mi ha coinvolto fortemente mente e cuore.
L’autore e la prefazione di Letizia Lanza, raffinatissima linguista, erano state le credenziali per supporre che dovesse trattarsi di un testo speciale, ed è stato così.
Il titolo è omonimo al terzo racconto, per il quale il termine tecnico è particolarmente diminuitivo: lo definirei piuttosto ‘lirica di una follia’. Prende lo stomaco, accelera il battito cardiaco… Otto pagine da riprendere più volte per gustare un autentico capolavoro.
Un semplice stralcio:
E’ comprensivo Roberto con Ivan, lo ama teneramente. Il contrario del mio papà, bravissimo cardiologo, ma con me padre durissimo, quasi crudele”.
Ecco la catena subita dalla protagonista: genesi dell’anello terribile sfociato nella pazzia.
Ti legherò a questa catena nell’angolo del salotto, qui, e sarai il mio affezionato cane da guardia…
E più sotto nello stesso monologo con il marito morto di cui nega l’evidenza:
Roberto è lì legato alla mia catena. Che fa la guardia per me. La catena non si spezza, non può e se la catena non si spezza, Roberto non potrà mai alzarsi, liberarsi da solo, legato a me, alla mia idea di amore, alla mia volontà. Vero che sei legato a me con la catena del mio amore?… Siamo una sola idea e una sola forma. Legati a una catena che non si spezza più”.
Non voglio citare altro. Desidero soltanto invogliare alla lettura di queste pagine rare.
Gli altri racconti non sono da meno. Scritti in prima persona, in forma discorsiva tipica del Sud, denunciano le conseguenze di oppressi nella dignità calpestata fino a relegarli in una “sorta di irreversibile ferinità” (dalla Post-fazione di Pasquale Motrone ).
Sono tornata sul testo per sorseggiarlo e sempre più mi sono convinta che il vero protagonista è l’autore, carne della carne di ogni uomo schiacciato, asservito, fino alle estreme conseguenze.
Di rimando, sembra chiederci Franco Santamaria: “Come spezzare una catena a 360°?”
Certamente, non si può restare inermi, accomodati, nascosti negli schemi di una società a sua volta schiava del denaro, del successo, del consumismo, di un potere che genera stravolgimenti nelle relazioni sociali.
E’ necessario lasciarsi giudicare, uscire dal perbenismo, smettere di accusare del marciume gli “altri”: individuare cioè, nuove strade per autoliberarci e liberare ogni uomo da una vita destinata alla disperazione.

Lucia Visconti Cicchino

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