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FRANCO SANTAMARIA

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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 
 

 

"L'odiosamata terra di Lucania in Se la catena non si spezza"
Alfonsina Campisano Cancemi

 

Franco Santamaria approda alla narrativa dopo aver pubblicato tre sillogi di poesie ed essersi cimentato con successo nell'arte pittorica, così da rappresentare l'Italia alla Quarta Biennale Internazionale dell'Arte Con-temporanea di Firenze nel 2003. Ma nei suoi racconti il Nostro, più che il pennello, usa lo scalpello per creare personaggi a tutto tondo, tragici e cinici, espressione di un degrado sociale ancor prima che morale; il tutto espresso con un linguaggio aspro, che volutamente prende a prestito dalla quotidianità la parlata gergale, anche se si avverte nello scrittore un retroterra culturale classico.

Il Santamaria, nello scrivere i suoi racconti, si è ispirato, come egli stesso ci dice nella nota introduttiva, a certe notizie di cronaca relegate in un rettangolino di pagina interna e lasciate lì come una cosa dimen-ticata; notizie che ci presentano criminali incalliti autori di orrendi delitti, per i quali noi gente perbene proviamo ribrezzo e disgusto.

Ma cosa c'è dietro quel gesto? - si chiede l'autore e indaga, con lucidità, sul retroterra ambientale e umano che ha determinato l'attore e l'azione. E così diviene quasi naturale che un giovane carbonaio, tirato su a cinghiate da un padre padrone, costretto a fare quel mestiere che non gli piace, disprezzato da tutti perché sporco e ignorante, allontanato come un cane che ha la rogna, inseguito dal futuro suocero che vuole accopparlo con un bastone, non trova di meglio che gettarlo nella fornace insieme con la figlia, perché solo odio c'è da tutte le parti, da ogni cosa.

Tutti i personaggi si muovono in un ambiente squallido, tetro, ostile; una terra di poveri cristi, la Lucania, in cui chi nasce contadino lavora come un mulo e vende a basso prezzo la sua roba senza ribellarsi; tutti nella melma, tutti a tirare la carretta, legati a una catena che non si spezza e se qualcuno, come don Donato Bortillo, che si sente superiore agli altri perché discende da magnanimi lombi, fugge dal paese verso la città, diviene un depravato, saltando da un letto all'altro e stuprando persino delle bambine, un campo che nessuno si è mai sognato di scoprire. E poi c'è l'eterno disoccupato che, per tentare di emergere dal branco, fa scherzi perversi di dubbio gusto a una puttana o al cugino scemo, che in quanto scemo merita di morire. Nel racconto Se la catena non si spezza, che dà il titolo alla raccolta, non è più il mondo dei pezzenti a muoversi, ma una signora che, scendendo da una lussuosa Mercedes, porta ogni giovedì al marito morto rose e garofani rossi, in un'atmosfera di lucida follia, legata anche lei a una catena che non si spezza; e non basta a liberarla il grido disperato del figlio decenne: No, mamma, no!

Nessuno quindi sfugge al proprio destino. Chi più chi meno siamo costretti dall'ambiente, dalla situazione o dalla violenza a rinunciare alla libertà, perché la catena si è dimostrata, da sempre, utilissima come l'acqua, il pane, l'aria, per imprigionare animali e uomini.

Alfonsina Campisano Cancemi
in Il Convivio, Anno VII n.2 Aprile-Giugno 2006 - n.25

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
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