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Da anni
ormai i telegiornali di alcune emittenti televisive ci hanno
abituati ad una disgustosa spettacolarizzazione degli eventi di
cronaca. Li hanno conditi e infarciti di orpelli ed elementi
esornativi straripanti aggiungendo colonne sonore strappalacrime e
microfoni in fallica, violenta attesa, puntati contro i volti di chi
non ha più lacrime né parole. Commenti romanzati, esasperati con il
solo scopo di ottenere ascolti record, non preoccupandosi
minimamente di calpestare la dignità della persona umana (sia essa
vittima o carnefice).
Franco Santamaria con il suo libro “Se la catena non si spezza”
ha fatto esattamente il contrario e per questo, a mio avviso, merita
ammirazione certa.
Partendo da fatti di cronaca indissolubilmente legati alla sua
terra, per la quale sente un amore viscerale e per la quale intende
combattere una guerra personale, confortata dal supporto della sua
arte pittorica, letteraria e poetica, ha smontato dall’inutile
impalcatura fuorviante ed umiliante, storie crude, appassionate,
vere, violente. Ci regala così un saggio illuminante - introiettato
in una sorta di liturgia precisa e puntuale - sull’ignoranza, sulla
follia, sull’indifferenza, di quella società che vive ai margini,
che da secoli viene calpestata senza possibilità di riscatto.
La costante di Franco Santamaria sembra (come ebbi modo di rimarcare
in un’altra mia
recensione sulla sua opera) volersi consolidare
sulla “generosità” di voler dare voce ad un certo tipo di comunità a
lui tanto caro, che non ebbe mai la forza nè la possibilità di
prendere la parola. Questi personaggi passati attraverso il fuoco,
le spine e i chiodi apparentemente senza moralità, nè pietà alcuna,
trasudano una luce radente, soffocante, un’angoscia di fondo che
tinge la pagina di un cromatismo inquietante. Franco Santamaria è un
pittore e si vede, si sente. Tratteggia infatti con padronanza di
impostazione tecnica, una violenta simbologia che mai si sottrae
all’esternazione descrittiva di denuncia, di una tensione panica,
dalle tinte mai ammorbidite.
E non concede un attimo di respiro al lettore, il quale trovandosi
immerso nel magma in fermento di questa prosa scarna, secca e
prepotente, altro non può fare che costringersi alla riflessione.
Interrogarsi con lucidità ferina. Imbotolato nella ricerca di quei
perché irrisolti, che creano l’astuta, malvagia drammaticità di
certe vicende umane, dal sapore quasi animalesco.
In un paesaggio totalmente privo di fluttuazione onirica, di
buonismo, di comprensione, i personaggi si muovono tra le pietre
aguzze e il rosso del sangue: crudi, corrosi, sfiancati protagonisti
di una nudità palpabile.
Uomini, donne, fanciulli, bambini che azzannano, loro malgrado,
l’osso bianco dell’infelicità: il dolore fisico e psichico. Essi
sono ben consci che la rassegnazione è la loro unica via di
sopravvivenza. Paiono fantasmi di pianura, di colli erbosi e odorosi
che hanno quasi paura a respirare, nel rigore di un silenzio
prospettico, che ben poco lascia alla speranza. Non sanno che per
essere vivi, alla fine, bastano davvero poche cose: prendere
coscienza di ogni battito del cuore e utilizzarlo per amare qualcuno
e poi la sana, affettuosa curiosità per il mondo e i suoi misteri.
In tutto questo si avverte, la rabbia del narratore, la sua voglia
di aiutarli, di abbracciarli in un largo e morbido “pallium” che li
conforti, che li riscaldi. Franco Santamaria ha modalità trasparenti
e schiette che non si fanno contaminare da inutili gestualità
sceniche nè d’effetto.
Non manca una certa ironia di fondo che seppur per brevi tratti,
stemperando la drammaticità del testo, ci strappa un sorriso un pò
amarognolo. Santamaria conosce la potenza della parola, la sua
sacralità e la maneggia con una certa cura. La scompone, la riduce
fino a fare emergere la sua sostanza più cruda e impietosa a cui
regala nuova forza combattiva e profondità di riscatto.
Con la parola si può fare molto e Franco lo sa bene, così come i
suoi personaggi, che ci guardano con insistenza, con una tenerezza
urlata, dal fondo sporco del nostro io più nascosto, che attende,
che pretende, un’attenzione altra.
Il nostro tutto, ciò che accende il desiderio è di non restare
indifferenti, di vigilare continuamente per non lasciare che il
vuoto rimanga tale e ci invada.
Monica
Borettini |