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Franco Santamaria, (In)conoscenza, pittura

FRANCO SANTAMARIA

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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 

 

Se la catena non si spezza” di Franco Santamaria
Anna Antolisei

 

Non c'è che dire: sotto il titolo di "Se la catena non si spezza", ci arriva da Franco Santamaria una raccolta di quattro racconti che sono quanto di più controtendenza ci si possa attendere da un autore d'oggi.
Nelle cento pagine del libro, infatti, Santamaria fa piazza pulita d'ogni retorico e mieloso 'buonismo', prende a calci i piagnistei cronicizzati, se non endemici, di una società affetta dallo sterile vizio di vittimizzarsi e ci butta in faccia la denuncia, nuda e cruda, di una realtà quanto mai responsabilizzante se consideriamo che, a fine lettura, diventa gioco forza domandarsi: "chi ha creato i mostri?".
Anzi, la domanda si fa più inquietante ancora perché i protagonisti dei racconti lasciano intuire, al di là di una negatività sociale e individuale indiscussa, la struggente umanità dei deboli: quella dei predestinati a crescere, nella Lucania dell'autore e altrove, come frutti d'una terra arida, inclemente, tanto dura quanto iniquamente trascurata.
C'è, infatti, nel carbonaio piromane del primo racconto una furibonda rabbia omicida che scaturisce dalle mille, animali violenze fisiche e morali subite. Emerge nell'Antonio 'U scherz' del secondo episodio tutta l'indolente pochezza d'un giovane che valuta la sua malvagia inclinazione alla burla alla stregua di un talento così mirabile da giungere, in un gioco in inarrestabile crescendo, alla più impietosa delle tragedie. E, come nella madre vedova del terzo racconto la delirante follia di un lutto inesausto e insaziabile giunge a coinvolgere il figlio-bambino in un transfert perverso, così sconfina nella peggiore delle aberrazioni il desiderio parossistico di "don" Donato Bortillo, protagonista dell'ultimo capitolo, di uscire dall'anonimato paesano attraverso quella stessa, insulsa reputazione di "don" Giovanni che lo porterà, da in-consapevole e da in-cosciente, a cadere nella melma della pedofilia.
È mirabile, quanto mai efficace, il modo in cui Santamaria trascina il lettore nell'abisso del Male, se possibile svilito ancora dal mancato riconoscimento, calandovisi dentro in prima persona, raccontandolo con la voce stessa di chi ne è il portatore. Lo stile letterario, poi, è come Letizia Lanza lo descrive più che bene nella prefazione: "Senza leziosità o lenocinî retorici, senza ammiccamenti vani" e la narrazione si dipana scarna, "ispirata dai canoni del colloquiale, ossia del linguaggio dialettale parlato, reso più vivido dall'insistita ripetizione di idee e di espressioni […], talora scandita da tempi verbali in successione martellante".
Parliamo di un libro, insomma, fatto per lettori dallo stomaco forte: non come lo esige il filone oramai abusato della letteratura "pulp" d'importazione - sia chiaro - ma piuttosto come cruda, seppur romanzata, denuncia sociale.
Pertanto è da condividere in pieno la conclusione cui giunge, nella sua postfazione, Pasquale Matrone. Come egli asserisce, "Se la catena non si spezza" è un'opera che racconta di "dannati dalla schiena piegata da ingiustizie secolari e da una rassegnazione priva di confini che ne dichiara e ne consacra la resa definitiva a una sorta di irreversibile ferinità". E Santamaria, dunque, dice pane al pane in modo così volutamente disinibito "solo perché, innamorato degli ultimi e dei reietti, ne condivide le sofferenze e si batte per costruirne il riscatto".

Anna Antolisei
"Il Giornalaccio", maggio 2006 - www.ilgiornalaccio.net

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