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Non c'è
che dire: sotto il titolo di "Se la catena non si spezza", ci arriva
da Franco Santamaria una raccolta di quattro racconti che sono
quanto di più controtendenza ci si possa attendere da un autore
d'oggi.
Nelle cento pagine del libro, infatti, Santamaria fa piazza pulita
d'ogni retorico e mieloso 'buonismo', prende a calci i piagnistei
cronicizzati, se non endemici, di una società affetta dallo sterile
vizio di vittimizzarsi e ci butta in faccia la denuncia, nuda e
cruda, di una realtà quanto mai responsabilizzante se consideriamo
che, a fine lettura, diventa gioco forza domandarsi: "chi ha creato
i mostri?".
Anzi, la domanda si fa più inquietante ancora perché i protagonisti
dei racconti lasciano intuire, al di là di una negatività sociale e
individuale indiscussa, la struggente umanità dei deboli: quella dei
predestinati a crescere, nella Lucania dell'autore e altrove, come
frutti d'una terra arida, inclemente, tanto dura quanto iniquamente
trascurata.
C'è, infatti, nel carbonaio piromane del primo racconto una
furibonda rabbia omicida che scaturisce dalle mille, animali
violenze fisiche e morali subite. Emerge nell'Antonio 'U scherz' del
secondo episodio tutta l'indolente pochezza d'un giovane che valuta
la sua malvagia inclinazione alla burla alla stregua di un talento
così mirabile da giungere, in un gioco in inarrestabile crescendo,
alla più impietosa delle tragedie. E, come nella madre vedova del
terzo racconto la delirante follia di un lutto inesausto e
insaziabile giunge a coinvolgere il figlio-bambino in un transfert
perverso, così sconfina nella peggiore delle aberrazioni il
desiderio parossistico di "don" Donato Bortillo, protagonista
dell'ultimo capitolo, di uscire dall'anonimato paesano attraverso
quella stessa, insulsa reputazione di "don" Giovanni che lo porterà,
da in-consapevole e da in-cosciente, a cadere nella melma della
pedofilia.
È mirabile, quanto mai efficace, il modo in cui Santamaria trascina
il lettore nell'abisso del Male, se possibile svilito ancora dal
mancato riconoscimento, calandovisi dentro in prima persona,
raccontandolo con la voce stessa di chi ne è il portatore. Lo stile
letterario, poi, è come Letizia Lanza lo descrive più che bene nella
prefazione: "Senza leziosità o lenocinî retorici, senza ammiccamenti
vani" e la narrazione si dipana scarna, "ispirata dai canoni del
colloquiale, ossia del linguaggio dialettale parlato, reso più
vivido dall'insistita ripetizione di idee e di espressioni […],
talora scandita da tempi verbali in successione martellante".
Parliamo di un libro, insomma, fatto per lettori dallo stomaco
forte: non come lo esige il filone oramai abusato della letteratura
"pulp" d'importazione - sia chiaro - ma piuttosto come cruda, seppur
romanzata, denuncia sociale.
Pertanto è da condividere in pieno la conclusione cui giunge, nella
sua postfazione, Pasquale Matrone. Come egli asserisce, "Se la
catena non si spezza" è un'opera che racconta di "dannati dalla
schiena piegata da ingiustizie secolari e da una rassegnazione priva
di confini che ne dichiara e ne consacra la resa definitiva a una
sorta di irreversibile ferinità". E Santamaria, dunque, dice pane al
pane in modo così volutamente disinibito "solo perché, innamorato
degli ultimi e dei reietti, ne condivide le sofferenze e si batte
per costruirne il riscatto".
Anna Antolisei
"Il Giornalaccio", maggio 2006 -
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