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Ho rinunciato alla lotta
per dimenticarti ieri, o terra, più facilmente;
e sacrificio così rendevo
del mio sdegno contro agire ingiusto di altri fratelli:
vita speravo
in questa grande città di Lombardia.
Deserto lido, ove ira d’onda
si batte e freme con roccia,
solo erro con gli sconsolati affetti.
Alle albe invano mi traggo,
vuote e false, che luce
non danno alla mia vita, ma paura
di bimbo e sgomento triste d’esiliato.
Non ha più sangue la mia terra
abbandonata;
inerte e sorda giace al pianto
delle donne al focolare spento.
Paura e spettri crescono i fanciulli
e scavano la terra dei morti
in cerca di radici.
Invano splende il sole
sui tuguri, dove padroni
sono i corvi, i gufi, le male erbe.
Invano Pesco mormora
verso gli aranci dalle bacate membra.
Eredità di Caino, fratello,
ti nutrì, non amore; e negligenza e senno
ponesti ad umiliarmi e a spingermi lontano.
A piangere ch'io abbia tempo almeno
la mia terra!
Qui luci umane nascondono
la notte e armonia di natura è infranta.
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