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VIGILIA
Una giornata coperta, oggi.
Le nuvole, che ieri si muovevano verso sud senza sosta e lasciavano solo
di tanto in tanto trapelare un sole ancora freddo, si sono compattate in
un unico lenzuolo grigio-scuro. Primavera è alle porte, ma l’umidità dei
mesi passati resiste ancora sui muri.
Mi sono affacciato alla finestra, richiamato dal crescente frastuono che
sale dalla strada sottostante, quasi perso nella memoria da quando ho
lasciato il paese per correre altrove in cerca di lavoro.
È la vigilia di San Giuseppe. Qui, a sera, per le strade del paese si
accendono i falò, gli ‘umminari’. Una gara di fuoco attorno al quale si
adunano tutti, quasi a rinsaldare in tal modo nuove e antiche amicizie.
Il tempo è assai coperto, ma se non verrà la pioggia, la festa di
stasera potrà ugualmente svolgersi tra la gioia di tutti.
Sono tanti i ragazzi che trascinano a fatica enormi fasci di rami di
pino, di rosmarino, di lentischio, di olivastro. Sono tanti e ognuno
trascina il proprio fascione. La fierezza nasconde bene il grande sforzo
lungo la strada in salita.
Le donne, accanto alla porta di casa, li incitano, li lodano, li
chiamano per nome, conoscendoli; l’una e l’altra, da lontano, si danno
la voce.
“Guarda com’è grande il fascio di Giannino, il figlio di comare Concetta
Spatara!”
“Sì, è grande, ma male fasciato. Guarda invece quello di Luciano: è ben
stretto e lo tira appena!”
“Chi? Quello lì? E chi è?”
“È figlio di comare Nina Rivello.”
“Bel ragazzo e bel fascio!”
“E guarda il figlio di comare Assuntina Vilotta, trascina addirittura un
ramo di pino, e quant’è grande! Bravo, bravo… Forza!”
Le donne gridano talvolta come se, a trascinarli, quei fascioni, siano
loro stesse. Le ragazzine e i bambini strillano più di quelle, saltano,
battono le mani, corrono di dietro a strappare qualche rametto e ad
indispettire i ragazzi che si gridano l’un l’altro, sbirciano appena ai
lati verso le donne, ridono e tirano con più forza sentendosi ammirati,
noncuranti del sudore che gocciola dalla fronte. Arriveranno sfiancati
al posto del falò del proprio vicinato, specialmente se questo si trova
nelle zone più alte del paese.
Con atto istintivo allungo lo sguardo sulla collina di fronte, di là del
torrente Pescogrosso.
La foschia che lassù disfuma la densa nuvolosità mi permette di
distinguere appena alcuni ragazzi al ‘lavoro’. Immagino, nel ricordo
rinverdito, chi stronca i rami con l’accetta, chi compone il fastello,
chi lo trascina al pendio privo di alberi e di frasche, dal quale lo
lascia rotolare e volare giù nel vuoto dello strapiombo.
Sento invadermi dal tepore della nostalgia di un tempo finito troppo
presto e dalla voglia di correre anch’io, di correre e di tagliare, di
fasciare, di rotolare insieme al mio smisurato fascio di rami, di
trascinarlo fin qui davanti, davanti alla casa della povera Rosina, e
poi… poi di appiccarvi un fuoco le cui fiamme raggiungessero il cielo, a
illuminare a riscaldare la terra.
Il pensiero ritorna indietro, palpitante e caldo come il sangue che
scorreva nelle nostre vene di allora, di fanciulli che nulla sanno della
vita; e rivedo ancora, rivedo Sandrino, Pinuccio, Tonino e me: un
quartetto inseparabile, ‘pestifero’ agli occhi degli anziani del
vicinato che amavano cullarsi nel loro giorno lento e taciturno. Uniti
nei giochi, nella stessa classe elementare, nelle lotte fisiche per
misurare le nostre forze, nelle botte che ci ‘suonavamo’ a vicenda,
talvolta per un niente, causando spesso litigi fra le nostre madri. Ma
eravamo sempre lì, poco dopo, insieme, prima ancora che le nostre madri
finissero di litigare.
Il più forte era Sandrino e se ne dava l’aria, una volta riconosciuta la
sua superiorità; il meno era Tonino per una malformazione ad una gamba
che lo faceva zoppicare, ma il più simpatico di tutti, il vero mattatore
del gruppo in fatto di allegria.
Anche quel pomeriggio, vigilia di San Giuseppe, eravamo a tagliare rami
e a fare fasci insieme, arrampicati, non so ora con quale coraggio (o
incoscienza) a quell’età, dieci anni più o meno, sulla costa della
montagna di San Rocco, che strapiomba ad un tratto su un fosso profondo
all’incirca duecento metri, che scorre poco distante dall’area della
Cattedrale.
Vi è una folta vegetazione, lassù: rosmarini, ginestre, querce nane e
molti pini che, guardandoli dal basso, sembrano chiome verdi e
scompigliate contro il cielo.
“Il nostro deve essere il più grande umminario di tutto il paese!”,
osservò Sandrino.
E noi, decisi a superare tutti, approvammo gridando in coro: “Sarà il
più grande!”
Adocchiammo tre o quattro pini addossati. “Andremo a tagliare quelli.”
Tonino fece un gesto di gioia, agitando braccia e tronco come una
marionetta. “Urrah! Così staremo tutti insieme.”
Sandrino volle lui tagliare i rami. Saltò con l’agilità dello scoiattolo
su uno dei pini e cominciò a stroncare i rami con l’accetta, lasciandoli
poi cadere giù. Noi li raccoglievamo, li sramavamo ancora, li
disponevamo con molta cura l’uno sull’altro sulla fune distesa, che alla
fine sarebbe stata legata ben strettamente.
“Quanti fasci abbiamo portato a casa, in questi giorni?”, domandò
Sandrino dall’albero. Impossibile che non lo sapesse: voleva ravvivare
in noi e in se stesso l’orgoglio di aver già fatto tanto!
Per tradizione, si ammucchiava tutto accanto alla casa di Sandrino, dove
si incrociavano tre vie e c’era spazio per accendere il falò, la sera
della vigilia, né c’erano fili elettrici pendenti facilmente
raggiungibili dalle fiamme.
“Venti!”, risposi io prima degli altri. Poi continuai precisando: “Siamo
venuti già due pomeriggi e abbiamo compiuto due viaggi a pomeriggio:
sedici fasci; questo pomeriggio già abbiamo fatto il primo viaggio: e
sono altri quattro fasci; ora siamo al secondo viaggio: e saranno altri
quattro fasci! In tutto saranno ventiquattro fasci!”
“Uhh! Tutto questo per dirci che arriveremo a ventiquattro fasci!”,
scherzò Sandrino.
“Già, e intanto non lavora, il signorino!”, osservò sfottendomi Tonino.
Poi, anche lui e Pinuccio cominciarono a saltellare canticchiando
“ventiquattro, ventiquattro!” e a fare carosello con me attorno al primo
fascio legato.
“Ehi, ehi, lavorate… Si fa tardi”
“Ventiquattro, ventiquattro!”, giravamo attorno al fascione come gli
indiani attorno al palo della tortura che, quando ci capitava di andare
al cinema, vedevamo nei film, noncuranti degli spuntoni dei rami che ci
lasciavano strisce di sangue sulle gambe scoperte (vestivamo
pantaloncini, allora).
Anche Sandrino si mise a ritmare con l’accetta sui rami, felice.
Ma veniva il buio, reso più netto dall’ombra della montagna che man mano
inghiottiva il paese di fronte.
Ben presto gli altri pini e rosmarini furono assaliti e ben presto anche
gli altri tre fasci furono pronti. Li trascinammo sul ciglio del fosso
della Cattedrale: spingendoli giù, sarebbe stato facile poi per noi, una
volta scesi, recuperarli e trascinarli per il fondo poco accidentato.
Dal sorteggio toccò a me dare il via. Il mio “urraaah!” coprì quasi le
parole di disappunto di Tonino. Impressi una buona spinta al mio fascio
che ruzzolò brevemente e precipitò nel vuoto. Ne udimmo il tonfo,
qualche secondo dopo.
“Olé, olé, evviva! E uno!”, gridammo.
Seguì Pinuccio: “... e due!”. Poi Tonino: “... e tre!”. Poi… non so, una
spinta più forte e incontrollata, un piede in fallo, una scivolata… non
so. Paralizzati, privi della coscienza di tutto il nostro essere, come
sprofondati in un sonno senza dimensione. Per un attimo o per quanto?
Trovammo Sandrino riverso sul suo fascio di pino e di rosmarino, come ad
abbracciarlo e a difenderlo col suo corpo dilaniato dagli spuntoni dei
rami più grossi.
Mi sento soffocare dalla tristezza. Il mio desiderio, ora che sono
tornato qui per brevissimo tempo, è di portargli dei fiori appena si fa
giorno, domani. E piangere sulla sua tomba, come quando eravamo bambini.
Da solo, senza Pinuccio e Tonino, scappati da questa dura terra chissà
dove.
Per fortuna, durante il giorno c’è stata un’inversione di rotta del
tempo. A sera, anche squarci di cielo con qualche stella. La festa dei
fuochi è salva.
Nelle piazze, nel corso principale, lungo la lunga frastagliata catena
di strade che dalla Cattedrale s’inerpicano e s’insinuano come tentacoli
fino alla Rabatana saracena, s’innalzano centinaia di falò, gli
umminari. Grandi o modesti, dovunque sono ravvivati da strilli di
bambini, voci concitate di donne, discorsetti semiseri di uomini. Solo
gli anziani, figure metafisiche alla luce delle fiamme che va e viene,
paiono immersi nell’adorazione del proprio silenzio.
Ma si scuotono anch’essi, quando le fiamme salgono ancora più in alto o
si spostano di qua e di là per un’improvvisa folata di vento o per
un’altra bracciata di rami gettata a bruciare.
Accanto a me, siedono due vecchi che, al contrario degli altri, mi
chiedono dove io viva e cosa io faccia. La mia presenza li incuriosisce
e li fa partecipi. Mi ricordano esempi di paesani che hanno onorato il
paese, ma anche esempi di altri che, pur avendone la possibilità, non
hanno mai mosso né muovono un dito per aiutare la nostra povera gente, i
giovani soprattutto, che vanno via ogni giorno.
Tra le donne vi è anche Rosina, la madre di Sandrino. È già vecchia, per
le rughe sul viso non per l’età, è già vedova da tempo. La sua figura
esile, sempre a capo chino, vestita di nero, non si ferma per un attimo.
Afferra grosse bracciate di frasche, quando le fiamme sono basse o
stanno per spegnersi, e le lancia decisa nel mezzo per nuove fiamme più
alte. Attizza, avvicinando i rami non bruciati. E il falò crepita
ininterrotto e violento.
La lasciano fare: la catasta delle frasche da bruciare è ancora
altissima; durerà passata mezzanotte. Ma soprattutto comprendono la sua
smania, che ricorda il povero figlio Sandrino.
Una giostra di luce e di calore. L’amore fra gli uomini che si ritrova
attorno al sacro fuoco. Veicolo del sentimento più antico ed esteso, e
del rito che lo realizza.
I bambini girano lungo il cerchio del fuoco, saltellano e scoppiettano
come i rami. I più grandi si cimentano compiendo salti attraverso le
fiamme.
Di continuo arrivano ragazzi e giovani a verificare la consistenza del
nostro falò, anche i nostri vanno e vengono, dandosi il cambio. Domani
parleranno dell’umminario che crederanno il più grande.
La povera Rosina ravviva, afferra altre frasche, le getta tra le fiamme.
Chiusa nel silenzio e a capo chino. Mi guarda. Poi caccia un urlo
altissimo e corre verso la porta di casa, come inseguita dal fuoco che
lei stessa ha senza sosta alimentato. |