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L'INCONTRO
Mario Conte e Lello Scillano si
erano conosciuti al CAR di Siena. Per un caso più unico che raro, dal
primo giorno di leva fino all’ultimo, per quindici lunghi mesi, erano
stati sempre insieme per essere passati poi entrambi, dopo il CAR, anche
al 1° RAM di Roma. Avevano diviso finanche lo stesso letto a castello,
occupando l’uno (Mario) la brandina di sopra, l’altro la brandina di
sotto.
Tutt’e due lucani e con diploma di scuola superiore, avevano dichiarato
subito una buona intesa nel modo di vedere la vita, nel modo di sentire
il servizio militare, perfettamente inutile in un mondo che dovrebbe
solo amare la pace, e nel modo di affrontarlo con senso di
sopportazione, visto che c’era.
A Roma, anche i compiti assegnatigli coincidevano, solo che, questa
volta, li svolgevano in uffici diversi: l’uno (Mario) presso lo Stato
Maggiore della Difesa, l’altro presso il Ministero dell’Esercito.
Si può facilmente indovinare che non c’era avventura, piccola o grande,
che non li vedesse insieme e, possibilmente, protagonisti affiatati.
A ferma ultimata, giunti alla stazione di Napoli e dovendo qui
separarsi, l’uno (Lello) per far visita ad una sua zia residente in
questa città, l’altro per proseguire per il suo paese, si erano
abbracciati con l’impegno di non perdersi di vista.
Invece, si erano scritti solo un paio di volte in sette/otto mesi, presi
entrambi dal lavoro che non gli lasciava respiro.
Mario aveva ripreso a fare l’agricoltore, nonostante il diploma di liceo
classico in corpo, messo da parte già prima della leva non potendo
andare all'università. Come poteva andarci, all’università? Le tasse, i
libri, le spese di permanenza a Bari o a Napoli o in altra città: come
li avrebbe sostenuti? La sua famiglia alla men peggio tirava avanti la
vita.
Perciò, appena assolto il dovere verso la Patria (‘ma’, si rammaricava,
‘la Patria pensa a risolvere i problemi della gente, della gente
bisognosa non solo della gente già ricca, secondo la Costituzione?’),
con la stessa divisa con la quale s’era congedato aveva ripreso la via
dei campi.
Lello, invece, seguitando anche lui a tenere sotto ‘naftalina’ il suo
diploma di geometra, aveva trovato lavoro come piazzista di tessuti,
dopo aver fatto amicizia con la figlia di un commerciante all’ingrosso.
Nelle due lettere scritte a Mario dichiarava di essere stato fortunato
d’aver incontrato Evelina, altrimenti…
A Mario capitò di recarsi a Matera un giorno di marzo, per far visita ad
un caro amico finito in ospedale per una brutta caduta da un arancio
mentre lo potava. Perso l’equilibrio, era precipitato insieme alla
pesante motosega, provocandosi fratture multiple al bacino e al braccio
destro.
Lo trovò tutto ingessato, da capo a piedi quasi, in situazione che
prometteva poco di buono. Se ne dispiacque sinceramente.
Prima di ripartire per il paese, volle però far visita ai Sassi,
guardati di sfuggita una sola volta in precedenza dalla loggetta accanto
al Duomo.
Fiancheggiò il Castello Tramontano, del quale erano ben visibili dalla
strada i torrioni e parte della cinta muraria.
Parcheggiò l’auto nel piazzale della stazione calabro-lucana e raggiunse
a piedi la loggetta del Duomo. Da qui, prima di scendere, poteva
guardare in basso gran parte del sito dei Sassi, ammasso caotico di
grotte addossate o anche sovrapposte le une alle altre fino a
raggiungere talvolta i dieci piani scavati, collegati da rampe
ripidissime e strettissime.
Uno spettacolo incredibile di centinaia di abitazioni trogloditiche,
individuabili solo dalla porticina d’entrata. Se non fosse per la
presenza delle chiese rupestri e per qualche strada rifatta, qui per
millenni nulla è mai cambiato. Uno spettacolo metafisico, senza tempo.
Qui si sente ancora il respiro di quegli uomini di migliaia di anni fa
che si insediarono sui dirupi della Gravina. Uno spettacolo unico al
mondo.
Mario ricordò la descrizione che Carlo Levi ne aveva fatto in “Cristo si
è fermato ad Eboli”. Ricordò anche che molti cineasti, come Alberto
Lattuada, Lina Wertmuller e Pier Paolo Pasolini, si erano serviti di
questo paesaggio per ambientarvi le loro storie, quasi sempre
estraneandolo però dal suo contesto reale.
Mentre s’intrigava tra le viuzze sconnesse e caotiche, osservando quanto
silenzioso fosse quel luogo per gran parte (solo in alcuni punti pochi
bambini giocavano e qualche donna era affacciata sulla porta), Mario
avvertiva un senso di smarrimento, di immersione in una dimensione
lontana e surreale, maggiormente accentuata da una nuvolosità che si
faceva man mano più densa e bassa.
Risalito, si soffermò ad ammirare la facciata romanico-pugliese della
Cattedrale, risalente alla fine del Duecento, con la statua della
Madonna della Bruna sulla porta centrale affiancata dalle statue dei
Santi Pietro e Paolo. Poi si avviò verso il centro per conoscere meglio
la città, visto che c’era.
Più volte aveva pensato a Lello e ogni volta aveva disperato di
incontrarlo, sapendolo in giro per i paesi a piazzare tessuti.
Attraversò Via del Corso, raggiunse Piazza San Francesco. Qui, si fermò
a comprare delle sigarette, rimanendo stupito dall’abilità e rapidità
del tabaccaio di servire contemporaneamente più persone senza fermarsi
né sbagliare. Qui, mentre usciva dal tabacchino, rivide Lello e ne gioì
maggiormente perché non sperava affatto d’incontrarlo.
Lo abbracciò con calore, lo invitò a prendere un caffè. Ma notò
freddezza in Lello. Ci rimase male. Poi pensò che l’amico stesse poco
bene e glielo chiese, attribuendo il forte rossore sull’orecchio
sinistro a febbre.
Lello scosse il capo e confermò il gesto pronunciando a stento: “Sto
bene… sto bene.”
“E, allora?” Anche la voce di Mario ora dava cenni d'indifferenza. La
contentezza di averlo rivisto lasciava il posto ad una delusione che lo
mortificava.
Seduti al tavolino di un bar, aspettando che fosse servito il caffè, il
tempo passava lento e imbarazzante.
Mario notò un piccolo grumo di sangue dietro l’orecchio arrossato e la
preoccupazione per la salute dell’amico tornò a farsi viva. “Hai del
sangue dietro l’orecchio.”
Lello si portò la mano destra all’orecchio e con quel gesto scoprì
chiare lividure attorno al polso.
“Vuoi dirmi cosa ti è successo?” Gli prese la mano per osservare meglio
le lividure.
Lello glielo impedì ritirando con decisione il braccio. “Non è niente!”
“Sei ferito. Non può essere… niente!”
“Non è niente, invece…” Poi gli chiese, a bruciapelo: “Hai bisogno di
donne?”
“Che vuoi dire?”
“Soltanto: se hai bisogno di donne.”
“Vuoi portarmi a puttane?”
“Sì”, disse Lello.
Mario non prese sul serio la proposta, ritenendola un tentativo di
distrarlo. Tuttavia gli disse: “Non mi sembra il momento. Devo ripartire
subito.” Poi aggiunse: ”Qualcosa non va...”
Lello rise forte, richiamando l’attenzione degli altri avventori. Nel
bar c’era gente, vicino al bancone e seduta ai tavolini, che prendeva il
caffè o faceva colazione con brioscia e caffelatte. Probabilmente gente
di passaggio, anche turisti. Mentre Lello rideva, i suoi occhi chiari
tendevano ad aprirsi denunciando indecifrabilità e freddezza, nello
stesso tempo.
“Ma, cos’hai? Non riesco a comprenderti. Non sei il Lello che ho
conosciuto durante il servizio militare.” Mario rivisse in istantanei
flash i momenti del dovere e dell’allegria, della tristezza e della
accettazione obbligata di situazioni per loro senza senso; soprattutto
rivisse quelli legati alla loro forte vitalità e spensieratezza per le
vie prima di Siena e poi di Roma.
“Non so cosa pensare”, disse ancora a Lello. “Ti è capitato qualcosa,
questo intuisco, e tu mi proponi di andare a puttane!”
Lello continuava a ridere forte, alternando una sorta di singhiozzo
sarcastico.
Mario si alzò per andare via. ”Il tuo comportamento mi offende”, gli
disse.
L'altro scosse il capo guardandolo fisso. “No, no”, disse soltanto ma
non fece nulla per trattenerlo.
Mario era ormai deciso, convintosi che Lello lo stesse inspiegabilmente
prendendo in giro. Lasciò cadere della moneta sul tavolino e uscì dal
bar.
Il cielo s’era annuvolato quasi del tutto e il freddo si avvertiva di
più dopo il caldo del bar. Era caduta neve sulla città una settimana
prima, ora completamente sciolta, ma il freddo si sentiva ancora
pungente. O forse erano il forte nervosismo e l’irritazione a mettergli
addosso quel freddo.
Sovrappensiero e irritato per il comportamento di Lello, dispiaciuto per
le condizioni critiche dell’amico in ospedale, (‘due congiunture
spiacevoli nella stessa mattinata!’, andava pensando), Mario era ormai
giunto nei pressi della stazione per riprendere l’auto e far ritorno al
paese.
Sentì una mano decisa sulla spalla, si girò di soprassalto e si ritrovò
Lello di fronte, ansante e supplichevole, ora.
“No, non dovevi andartene… non dovevi…”, gli disse abbracciandolo.
Mario rimase stupito; poi preoccupato, ancor più fortemente di prima.
“Continuo a non capirti. Che ti succede?”
“Avevo paura… ho paura...”
“Calmati. Di cosa hai paura? Perché non parli?”
Una folata di vento si levò, improvvisa e gelida, che scompigliò i
capelli dei due e fece svolazzare un lembo del cappotto di Mario.
Il viso di Lello era pallido, l’orecchio più viola. Le sue mani
tremavano.
“Vieni!”, disse. Pur ansimante, sembrò che avesse d’im-provviso
riacquistato quella sicurezza che Mario gli sapeva.
Spinto dall'urgenza di venire a capo del mistero che l’amico insisteva a
non rivelargli, Mario dimenticò che doveva far ritorno al paese.
Seguì Lello che procedeva a passo svelto, noncurante di essere travolto
dalle auto che gli passavano vicinissime, fino in piazza Vittorio
Veneto, e poi su una Alfa Romeo che prese a correre veloce verso la
periferia, in direzione di Altamura.
La strada spesso serpeggiava, altalenava a causa dei dossi,
fiancheggiata da lunghi muretti di pietre delle Murge.
Nessuno dei due parlava.
Lello poggiava una mano sul volante, l’altra sul pomello del cambio;
manteneva teso lo sguardo in avanti, quasi immobile, finanche nelle
curve a gomito e negli incroci veloci con le altre auto e nei sorpassi
azzardati.
Mario non l’aveva mai visto guidare. Brividi gli attraversavano il
corpo, rendendogli la bocca secca. Talvolta si voltava verso di lui,
come a dirgli: ‘Ma che fai!?’, ma taceva.
Lello d'improvviso gli chiese: “Hai paura?”
“Di cosa?”
“Del mio modo di guidare… oppure di me.”
“Perché di te?”
Lello attese qualche secondo prima di rispondere. “Mi hai trovato
strano, diverso dal Lello che conoscevi.”
“Certo. E non ho capito ancora perché sei cambiato. Forse quelle
ferite…”
Lello lo interruppe. “Anche qui ce l’ho!” e gli mostrò l’altro polso,
abbandonando il volante.
“Dio santo, sono segni di legacci!”, esclamò Mario.
“E… se sono diventato pazzo in questi mesi?”
Mario lo guardò ancora. “Ma va’!”, gli fece, incredulo.
Lello scoppiò a ridere, una risata convulsa e interminabile, ma meno
fragorosa di quella del bar.
“Lo vedrai tra poco”, disse poi. Frenò bruscamente accelerando e l’Alfa
Romeo si indirizzò su una strada ghiaiosa, stretta fra due muretti di
pietre, per arrestarsi qualche centinaia di metri dopo, scivolando e
serpeggiando sulla breccia.
Nascosta tra alberi, olivi soprattutto, e fitte siepi ornamentali, una
palazzina di un solo piano pareva come schiacciata dalla forte
nuvolosità, bassa e minacciosa di pioggia.
Il vento s’era rafforzato e, se fosse caduta la pioggia, sarebbe stata
una tempesta violenta e rovinosa. Ma per ora il vento traduceva solo
strani lamenti umani tra gli alberi e le siepi, confusi e irreali.
Mario si sentì violentemente risoluto. Per fronteggiare qualsiasi
evenienza, aveva richiamato in sé la freddezza spontanea dei momenti
difficili. Era cosciente della sua forza fisica, quella che si tempra
nei lavori più duri, e della lucidità mentale acquisita in comunione con
la natura libera. Avrebbe recitato la sua parte senza né paura né
esclusione di colpi, occorrendo.
Pensava infatti che qualcosa di grave, di molto grave, stesse per
accadere.
Nello spazio semicircolare e ristretto sul davanti della palazzina
c’erano cocci di vaso cinese.
“Sono andati via!”, esclamò Lello notando che la moto di grossa
cilindrata non c’era più.
A Mario parve inutile chiedergli chi.
“Seguimi!” La voce di Lello coprì l’altalenante lamento del vento.
“Evelina!”
I due salirono al primo piano per una scala esterna quasi del tutto
nascosta da rampicanti.
La porta sul ballatoio era accostata e Lello, guardingo, entrò nella
stanza semplicemente spingendola.
Il lamento era distinto, ora (“Evelina, Evelina, mio Dio!”) e
localizzabile nella stanza attigua.
Evelina era legata con braccia e gambe divaricate, nuda, il capo
reclinato sul pavimento macchiato di sangue. Gemeva. Non rispose alle
parole, alle carezze e al gesto di Lello di sollevarle il capo.
Mario la coprì con il suo cappotto, prese poi a slegarle i polsi, mentre
Lello cominciò a slegarle le caviglie, in preda ad intensissimo rimorso
di averla abbandonata per paura. Il suo pianto si fondeva ai gemiti di
Evelina.
Comparvero allora due uomini sulla porta, entrambi con barba e capelli
lunghi. Impugnavano l'uno una pistola, l’altro una grossa catena.
“Sei tornato. In compagnia, anche!”, disse con sorriso beffardo quello
con la catena e indirizzò la mano armata verso Mario.
“Vogliamo soldi e oro”, disse l’altro. “Non vi faremo del male, se ci
date soldi e oro. Promesso…” Ma il suo sguardo era nient’affatto
credibile.
Lello già conosceva quella ’promessa’: lo stesso uomo, le stesse parole…
Né lui né Evelina avevano soldi e oro, né sapevano se ci fossero e dove
fossero nascosti nella villa. I genitori di Evelina erano partiti per
una vacanza a Courmayeur.
Avevano tentato di rabbonirli dandogli tutto il denaro di cui
disponevano, Evelina anche l'orologio d'oro e un anellino con brillanti.
“No, questa è elemosina, stronzi fottuti! C'è ben altro in questa villa,
cacciatelo fuori!”.
Ma, vista infruttuosa ogni ricerca, quelli lo avevano tramortito con un
colpo alla nuca, poi trascinato nella stanza che dava sul ballatoio e
legato ad una sedia. Da qui, riavutosi, aveva udito le grida di terrore
e di dolore di Evelina che veniva legata e stuprata, e lui non poteva
far nulla, non aveva il coraggio di far nulla per lei.
Era riuscito, però, a rompere la sedia e a liberarsi e a fuggire, in
preda al terrore.
Ora quell’uomo, con quei suoi occhi malvagi, infossati nel folto della
barba e dei capelli, con quella sua mano armata di pistola, con quella
sua bocca spavalda, ripeteva lo stesso comando e rifaceva la stessa
beffarda promessa.
“D’accordo, d’accordo”, lo rassicurò Lello. Era rimasto in ginocchio
accanto ad Evelina, dopo averle liberato le caviglie.
“Alzati e non fare sciocchezze… Non fate sciocchezze!”
Mario stava immobile, ma pronto ad agire. Si sentiva straordinariamente
lucido.
Lello si alzò, dopo aver carezzato il piede dell’amata, per sentirne
forse per l’ultima volta il calore.
Si mosse lentamente verso i due. “Sono di là, ora ricordo”, disse.
“Bene! Vieni avanti molto lentamente, le mani alzate.”
“Non fare scherzi!”, ammonì quello con la catena e si fece da parte per
permettere a Lello di passare tra loro due.
Un lampo. Lello abbassò di botto una mano sulla mano con la pistola, che
cadde sparando e scivolando accanto a Mario.
Mario sparò un colpo, due, tre sull’uomo che piombò a terra
pesantemente.
Lello era stato colpito alla gola con la catena ed era finito in
ginocchio boccheggiando. Un’altra catenata stava per abbattersi su di
lui.
Mario sparò ancora e la catena cadde dalle mani dell’uomo già ferito.
Due auto della polizia e l’autoambulanza arrivarono subito dopo la
telefonata di Mario.
Evelina e Lello furono fatti salire sulla Giulietta, guidata da Mario; i
due delinquenti sull’autoambulanza.
Li seguiva una delle auto della polizia.
Per la seconda volta, Mario andava in ospedale, quel giorno.
Pioveva a dirotto. |