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Aveva il
viola sacrificale della stola
e il nero stretto degli accompagnatori all'ultimo
atto solidale verso la terra di Samaselle.
Quel tocco lontano,
ma tanto opaco, tanto struggente orme non più ripetibili,
e tanto monotono e stanco.
Alla morte non interessa il messaggio dell'arcobaleno
né il ritmo incalzante del tuono in rifrazione.
Meglio credere alla partenza dell'amico
per luoghi vergini di pascoli e di acque,
non insanguinati dal dio che si vendica
e dai padroni
che scorrono su rossi binari di acciaio e di fisica
percuotendo gli schiavi con le nuove tavole
- con sé solo portando una valigia di fuoco fraterno.
Meglio pensare al rito scarno di una festa di villaggio
o all'ultimo tassello di un gioco nel quale egli
recita un assolo pallido e toccante
in mezzo al viola e al nero in pianto
e al tocco opaco e stanco.
Anche i tocchi di campana, così vicini,
che in numeri frantumano il tempo indivisibile,
mi insinuano il sopraggiungere del punto
fissato al viola e al nero in pianto.
Non temo di fermarmi o, chissà, di scavalcare il muro
per ricercare il frutteto dai mille colori. Ma
le pagine del mio libro riscrivono solo
una identità e poche frasi spezzate.
Solo potessi tramutare quel rintocco spento
in musica d'ali, di voci, di mani
festanti intorno al falò riacceso, e strappare
alle crepe le presenze solitarie e indifese.
Dire, mentre il cantastorie cieco ripete la memoria
di eventi grandiosi come la nascita
della goccia sulla foglia o il ricamo esatto del ragno:
sono pronto a rivestire abiti antichi
che odorano di pietra focaia. E annullare, risalendo,
danze sconsolate sulle strade del sangue.
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