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Franco Santamaria, I cavalli di grano / narrativa,romanzo

FRANCO SANTAMARIA

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I CAVALLI DI GRANO
romanzo inedito

 
dal 9° capitolo

 

Alle prime luci del mattino la trebbia lasciò la masseria dei fratelli Alonsi per portarsi sull’aia dei Vitali, distante e quasi parallela, sul versante orientale del Mon-te.
Per la sua partenza si erano levati tutti. Filippo, Luigi e Cenzo dormivano a ridosso della trebbia e avevano dovuto farlo per forza. Filippo, per doversi portare appresso la vecchia Rosa Morvili, voleva andare via subito, prima che il sole si facesse peri-coloso per lei, occorrendo troppo tempo per arrivare al paese.
Durante la notte il vento e le nuvole erano quasi del tutto scomparsi, lasciando presagire una nuova giornata di forte caldo.
Mamma Rosa Morvili aveva un groppo alla gola. “Venite a trovarmi, venite più spesso a Tursi”, raccomandò ai fratelli, mentre montava sul mulo sostenuta da Giovanni.
Anche Michele, il pastore, svegliato suo malgrado, con il figlio sonnacchioso si era portato a mungere le pecore con un po’ d’anticipo sull’ora consueta. Prima però, con tono perentorio e irritato aveva ordinato alla moglie di continuare a dormire, lei!
“Non sono fatti tuoi se vanno via i trebbiatori!”
Rituzza però, mentre lui era ancora a mungere nello jazzo, non aveva resistito all’impulso di vedere e salutare dall’uscio Tomasino Dralano, il quale le si era avvicinato e con sincerità le aveva di nuovo promesso guardandola negli occhi: “Alla fine della trebbiatura verrò a prenderti!”
Per nascondere la forte emozione, era rientrata subito e, abbandonata sul letto, aveva seguito da qui il rombo del trattore che s’allontanava piano piano trainandosi la trebbia e portandole irrevocabilmente via chi, sia pure per il tempo così breve di due giorni, l’aveva fatta sentire ancora donna.
I fratelli Alonsi seguirono la trebbia sino al termine della strada pianeggiante, là dove s’alzava il calanco. Qui il percorso riprendeva per un breve tratto a salire, per ripiegare poi a destra, in una linea quasi orizzontale alla base del Monte e perciò privo di forti pendenze.
Al calanco, per accompagnarla fin sulla loro aia, vi erano i Vitali ad attendere la trebbia. Qui gli Alonsi e il trebbiatore si separarono stringendosi la mano con ami-cizia più schietta di prima.
“Ci vedremo più spesso?”
Ora, senza il rombo del motore, lo stridore delle pulegge, le voci e i canti che talvolta si incrociavano, il movimento coordinato degli uomini attorno alla trebbia, senza tutta quell’attività visiva-sonora, il passaggio del giorno sembrava consumarsi in modo lento e vuoto, primordiale nel ritrovato silenzio.
[...]
Nei giorni a seguire, oltre alle attività abituali, gli Alonsi segnarono i campi con alcuni giri di aratro, non profondi per la durezza del terreno argilloso e arso, e appiccarono fuoco alle stoppie, per rendere un po’ più fertile la terra per la prossima semina.
Le fiamme divampavano rapidamente e si allargavano senza mai oltrepassare i solchi tracciati lungo i bordi per evitare incendi nei boschetti e nei poderi estranei adiacenti.
Poi, mentre le stoppie bruciavano senza necessità di controlli, Salvatore e Giovanni si recarono al loro ‘giardino’ di aranci sulla sponda dell’Agri. Era, questo, una striscia di terra distesa verso il fiume, stretta da altri poderi paralleli, agrumeto per gran parte, ma anche vigneto, due filari del quale senza interruzione si allungavano lateralmente quasi a fare da confine alla proprietà.
Trascurato negli ultimi tempi per le attività connesse alla raccolta del grano, dalla falciatura alla trebbiatura, vi era cresciuta molta erba, ormai secca e alta fino a rag-giungere i rami degli alberi.
Per falciarla, raccoglierla e bruciarla in uno spazio a ridosso del fiume, quest’anno più asciutto di altre estati, occorsero molti giorni di lavoro che gli Alonsi condus-sero insieme.
Dell’irrigazione, non più differibile perché anche le foglie degli aranci cominciavano a perdere il verde ingiallendosi, volle occuparsi Salvatore lasciando le incombenze della masseria al fratello.
Un canalone in cemento prefabbricato fiancheggiava la strada di attraversamento dei campi, strada in terra battuta e sconnessa, spesso ostacolata da folte tamerici. All’ingresso di ogni fondo una paratia in lamiera, una volta sollevata, consentiva al proprietario di liberare acqua per l’irrigazione.
Nel canalone scorreva poca acqua, troppo poca acqua per irrigare a sufficienza e in fretta, perché da tempo la diga di Gannano era diventata più che altro un’immensa pozza melmosa.
Salvatore, lasciato il cavallo in una piccola radura, divelto con un sasso il fermo di ferro della saracinesca, iniziò a dirigere nel terreno il filo d’acqua scavando con la zappa dei piccoli solchi tra gli steli d’erba falciata nei giorni precedenti, secchi, rumorosi sotto gli scarponi.
Quello era un vero filo d’acqua. Che lentamente avanzava, si arenava e schiumava contro i piccoli ostacoli, cacciando un odore acre di terra.
Un lento snervante andare avanti insieme, Salvatore e il filo d’acqua.
‘Ci perderò tutta la giornata. E forse non mi basterà’.
I rami, sui quali si allungavano spuntoni sottili e spinosi, lasciavano appena intravedere qualche squarcio di cielo tra un filare e l’altro degli alberi. Le foglie, talora mischiate ai lunghi steli dell’erba non recisa a dovere sotto qualche albero, avevano perso il verde lucente dello smeraldo.
‘Troppo tempo è trascorso, troppo l’abbiamo trascurato’.
Verso mezzogiorno un fatto incredibile colse Salvatore di sorpresa, lo distolse dal lento lavoro, gli fece correre un certo rischio d’incolumità, lo riempì poi di grande amarezza.
Avanzando a fatica sul terreno già irrigato, comparve tra gli aranci Antonio Munno, proprietario di uno dei fondi più in basso. Bestemmiava si agitava levava la zappa in atto di minaccia.
“L’acqua è mia”, gridava. “È da stanotte che adacquo, ci sono prima io, e devo ancora finire, per cristo!”
Salvatore mantenne la calma. Cercò di calmare anche l’uomo che si avvicinava così minaccioso, cercò di dirgli che non esisteva una regola che desse diritto prima all’uno poi all’altro di irrigare.
Antonio Munno era fuori di sé, non ascoltava; accelerava il passo, pur nella difficoltà del terreno bagnato, e gridava la sua rabbia fino a scagliarsi, zappa levata in alto, contro Salvatore.
Salvatore lo evitò. L’altro si sbilanciò si riequilibrò ritentò il colpo. Poi entrambi caddero sul rigagnolo che lentamente defluiva, avvolgendosi e riavvolgendosi nella stretta come due serpenti in lotta.
[...]

 

dal 10° capitolo >

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.