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dal 19° capitolo
Cinguettii di passeri e la
prima luce del giorno che solleticava le sue pupille, ma questa era
l’ora di sempre del risveglio, lo riportarono alla piena coscienza
di sé.
Si vide bocconi, il viso sopra secche radici, le dita stringenti
piccole zolle. Come se avesse voluto, durante il sonno, abbracciare
e far ‘sua’, in modo definitivo, la terra che amava.
Si rigirò supino e si sollevò sul tronco ad osservare per prima la
valle dell’Agri grigia di nebbia, poi in direzione del cimitero di
Samaselle, che da lì non gli era possibile vedere.
Gli ritornò in mente il sogno, senza una successione logica, a
frammenti per lo più sfuocati. Intatta gli rimaneva la visione del
buio della caverna e associò quel buio alla sua condizione priva di
speranze.
Poco dopo, raggiunta Rituzza nel camerone, dove lei era rimasta ad
attenderlo finché non era stata vinta dal sonno con la testa
poggiata sulla tavola, le raccontò di quel buio e di ciò che
ricordava del sogno.
“Non avrò più la forza di uscirne”, le disse.
“Quel buio invece, così pauroso ma irreale, ti deve spingere a
mettere insieme volontà e forze per ritrovare te stesso”.
Anche il particolare della caverna, ritornandogli in mente assai
strano, gli produceva un assillante richiamo.
Accostò ad essa il ricordo di una buca strettissima, appena visibile
nelle vicinanze della Timpa. L’aveva vista una volta da fanciullo in
compagnia del padre, il quale gli parlò di briganti che un tempo
venivano a nascondersi sul Monte. L’aveva vista allora solamente,
per ritornargli carica di mistero e di paura in qualche sogno.
Senza dir nulla, spinto dall’esigenza improvvisa di sapere, si avviò
lungo la scorciatoia che conduceva alla Timpa.
Rituzza gli corse dietro, smorta in viso, disperata di non riuscire
a fargli dire perché scendesse così risoluto verso la Timpa, cosa
avesse in mente di fare, che lei invece vedeva di tremendamente
irreparabile.
‘Quella caverna, quella buca… ’, ripeteva a se stesso.
La trovò, non subito, sul fianco della collinetta argillosa di
spalle alla Timpa, distante non più di cinquanta metri dalla
carreggiata. Solo sapendola lì la si poteva raggiungere facilmente.
La bocca non era diversa da quella serbata, sebbene in modo sfumato,
in memoria. Stretta e addentellata irregolarmente, faceva pensare
più all’ingresso di una tana che di una caverna sotterranea e
immensa come quella del sogno. La smussatura in alcuni punti più
stretti segnalava il passaggio recente e ripetuto di qualcuno.
“La caverna dei briganti... ”, considerò Giovanni. “Ora, però,
qualcun altro se ne serve”.
Orme di scarponi, alle quali fino a quel momento né lui né Rituzza
avevano dato importanza, s’infittivano sul davanti, uguali nel
disegno e nelle dimensioni, impresse a terreno bagnato. Una vipera
le attraversò per nascondersi in un fitto cespuglio. Altre orme,
numerose, percorrevano in direzione inversa alla Timpa, verso un
boschetto di pini e di querce nane; altre, assai poche, in direzione
della Timpa.
Rituzza impallidì ed emise un grido soffocato, aggrappandosi ad un
braccio di Gio-vanni. “Sono le sue! Sono di Michele! Così ce l’ha
lui, gli scarponi, con i chiodi dei tacchi e della pianta a croce.
Sta qui il diavolo!”.
Una vampata di sofferenza fisica e di rabbia violenta, ma anche di
paura per l’av-verarsi del sogno: il regno del male era lì, appena
oltre quella stretta fessura, nel ventre del Monte. Ora a Giovanni
parve chiaro perché Salvatore era morto.
Ma voleva scoprire fino in fondo cosa si nascondesse lì dentro, cosa
del sogno fosse ancora accostabile alla realtà.
Le orme, datate di qualche giorno, forse di appena dopo il
nubifragio, assicuravano l’assenza di Michele all’interno di quella
che era senza più ombra di dubbio una ca-verna.
Giovanni si distese completamente aderente al terreno e,
serpeggiando, vi si infilò facendo leva sulla punta dei piedi e
sulle mani fino a quando non avvertì, con l’allargarsi del buio e
con un’insorgenza di frescura e di diffuso sentore di escrementi,
una sensazione di spazio assai ampio intorno a sé.
Si eresse lentamente, con cautela. D’istinto cercò dei fiammiferi
nelle tasche, che non trovò. Rimase inerte per qualche secondo per
abituare gli occhi all’oscurità.
Al debolissimo barlume proveniente dall’esterno tentò un’idea
approssimativa del-l’ampiezza del luogo: forse venti, forse trenta
metri, o forse molto di più. Dovevano esserci altre cavità, se in
alcuni punti il buio diveniva nero assoluto.
Avanzò strisciando i piedi sulla superficie polverosa e granulosa al
tempo stesso, talora sconnessa, fino a convincersi che non era
affatto impresa tranquilla proseguire. Potevano esserci delle crepe
o dei botri o un labirinto dal quale non sarebbe potuto più uscire.
Cominciò allora ad aver paura che il sogno avesse presagito questa
sua fine, e avvertì un freddo di ghiaccio per la schiena.
Decise di tornare indietro seguendo il velo di chiarore che si
allargava all’apertura del primo ambiente. Doveva ritornarci con una
torcia, nella caverna, per scoprirne tutto il mistero.
Incontrò con i piedi un oggetto metallico, allungato e ricurvo. Si
piegò a raccoglierlo e in quell’attimo una tempesta d’ali lo colpì
dal didietro, facendolo stramazzare sulla polvere. Tutt’insieme,
centinaia di pipistrelli, disturbati, si erano levati in volo verso
l’uscita.
Aspettò bocconi, con le braccia a protezione della testa, che
all’interno ritornasse il silenzio del vuoto di prima. Si rialzò
tenendo tra le mani quell’oggetto che, scorrendolo, si rivelava una
falce. Lentamente, con le stesse difficoltà di prima, riguadagnò la
luce del giorno.
Rituzza attendeva impaziente, anche atterrita dalla lunga assenza di
segnali dall’interno e dall’improvvisa nuvola di pipistrelli che per
poco non l’aveva investita.
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